Diciamo subito che questa mostra, al contrario di molte altre, vale il viaggio.

Le opere esposte sono numerose e coprono bene i molti temi di Banksy. Il catalogo è completo e ben documentato e le schede informative che seguono la mostra sono utili a comprendere al meglio significato e contesto. Il curatore Gianni Mercurio ha fatto un gran bel lavoro.

Ciò detto l’opera di Banksy e le reazioni che ha suscitato pongono non poche domande di non semplice risposta.

È evidente che siamo di fronte ad un fenomeno che ora è assai bene orchestrato per tenere vivo interesse e prezzi. Ma proprio qui sta l’interrogativo maggiore.

Banksy proseguendo e perfezionando le idee di Warhol sulla riproducibilità del fare artistico e sulla essenzialità dei “brand” sociali (siano essi brand aziendali o icone della comunicazione multimediale) rifiuta e snobba e svilaneggia il termine primo del fare arte occidentale: l’unicum. 

La sua tecnica, ridotta alla massima semplicità,  presuppone l’assenza dell’originale, rifiuta la firma, osteggia la riconoscibilita’ e ciò nonostante il mercato, vero  moloch, lo assorbe,  lo chiama, lo vuole, lo cerca, ne fissa il valore, provocandone l’ovvia reazione: “non starete comprando questa merda, coglioni” è il contenuto di una delle sue opere.

È già perché le sue opere, che non hanno mai un originale (per definizione), in compenso hanno sempre un evidente, massimamente evidente contenuto e messaggio. Non c’è nulla di criptico o ermetico in esse. Sono puri messaggi,  in questo essendo molto più simili e vicini al mondo pubblicitario che a quello dell’ arte. Anche in questo seguendo Warhol.

Uno dei suoi lavori proclama: per fare una buona opera la composizione è tutto. Termine questo (composizione) che deve essere interpretato, quindi, come corretto rapporto tra figure e testi, corretto in modo tale da non trasporre nulla al  messaggio.

Che poi il messaggio sia sempre di aperta e spesso feroce critica della guerra e della morale corrente da un punto di vista iconografico poco importa, mentre è essenziale per capirne la fortuna.

Non sappiamo quanto tempo e fatica sia costato il percorso fatto da writer e graffittaro ad essere Banksy, ma certo la spiegazione gossippara che vuole l’abbandono dei graffiti (e l’inizio degli stencil) dovuti alla necessità di evitare l’arresto non regge. Chiunque sia Banksy, il problema è che aveva e ha un sacco da dire e poco da “rappresentare”, “riprodurre”, “far vedere”. Dipingere un muro di segni e colori senza un significato evidente era per lui, immagino, un’attività deprimente o comunque di scarsa soddisfazione.

Banksy dice, proclama, non dipinge.

E quando il mercato lo cerca, lui fugge e lo sberleffo, come quando vende le sue opere a 60 dollari l’una a central park a New York o innonda le gallerie di serigrafia tirate in 900 esemplari. O taglia un’opera appena battuta all’asta, cadendo per la prima volta nella trappola (per lui) dell’originale, dell’unicum.

Tutto questo, dicevo, pone dubbi e domande alla pittura tradizionale. In positivo c’è da prendersi un suggerimento dimenticato dalla deriva romantica delle nostre avanguardie: il soggetto dei quadri è tornato essenziale, fondamentale, premiante. E forse questa è la chiave per interpretare tutto il ritorno al realismo a cui assistiamo, non quindi una reazione retrograda, ma un affermare una funzione sociale dell’arte che impressionismo e informale avevano soppresso. Dalle emozioni alla politica, dalle case all’agorà. Forse è questo il senso.