La Galleria Rubin di via Santa Marta 10 a Milano espone fino al 7 luglio dieci tele di William Congdon, provenienti, si dice, da alcune collezioni private.
William Congdon, americano, nato nel 1912 da famiglia molto benestante, iniziò la sua avventura artistica come scultore. Quella avventura durò pochissimo perché presto il nostro passò alla pittura, ma a vedere i suoi quadri, sia quelli in mostra che quelli che si possono ammirare (se si ha la giusta pazienza) sul sito della sua Fondazione, quella urgenza tattile che evidentemente doveva aver avvertito in quella sua prima esperienza è rimasta sempre una aspirazione anche dei suoi dipinti.
Congdon è l’unico pittore che io conosca ad aver ripudiato quasi completamente il colore. Lavora sulle terre e sul nero, a tratti sbloccato da bianchi accecanti o da ori fiabeschi.
Le opere in mostra testimoniano molto del suo percorso, essendo presenti sia opere degli anni cinquanta che degli anni ottanta, fino ad un Luna#3 del 1993. Paesaggi, spesso stressati e tirati, scarni, tesi, nervosi, anche se ciò che più colpisce è la lavorazione della materia scavata, rotta, incisa.
L’insieme dà il senso di quella inquietudine e di quella ricerca spirituale che lo portò a spostarsi spesso sul globo terracqueo, evidentemente finanziato dai beni di famiglia.
A quasi cinquantanni divenne cattolico e dipinse una serie impressionante di crocefissi.
Prima si era legato da stretta amicizia con Stravinskij, il cui genio musicale forse inspirò ulteriormente la necessità di approfondimento e di scavo della materia.
Morì in un monastero qui alle porte di Milano.