Riceviamo da Claudio Cherin una nuova recensione. Eccola.


Si intitola Cover boy – l’ultima rivoluzione di Carmine Amoroso, piccolo ma combattivo film indipendente che, come al solito, ha impiegato tempi biblici per uscire nelle sale, quasi un anno, dopo l’applaudita anteprima italiana al Togay nell’aprile 2007 e dopo ben 38 festival internazionali vincendo otto premi tra cui, a Valencia, quello per la miglior fotografia. Ora si può vedere su Mubi.

I temi trattati da Cover Boy non potrebbero essere più attuali: il precariato del lavoro, l’immigrazione rumena, l’amicizia. Ma per una volta non vengono affrontati in maniera affastellata e confusa, bensì si integrano nella struttura narrativa con una fluidità ammirevole per nulla scontata.

Cover Boy– l’ultima rivoluzione dipana la sua storia a partire dal crollo dei regimi comunisti del 1989. Il protagonista Ioan è figlio dell’ultima rivoluzione, la più violenta, che vide l’annientamento del leader romeno Nicolae Ceaușescu. In questa cornice risiede il trauma del protagonista e il desiderio di cercare una vita migliore in Italia.

Cover Boy, l’ultima rivoluzione racconta la storia di Ioan (Eduard Gabia) e Michele (Luca Lionello), due ragazzi molto diversi tra di loro, accomunati dalla difficoltà di inserirsi nella società e desiderosi di aprire insieme un ristorante.

Ioan è un emigrato rumeno, che ricorda bene la rivoluzione post-comunista, dapprima speranzoso, poi, disilluso di rifarsi una vita in Italia, rischiando addirittura di finire nel giro della prostituzione omosessuale.

Michele, invece, è un addetto alle pulizie alla stazione Termini, che si barcamena tra contratti a termine che non prevedono un rinnovo. E un po’ per esigenza, un po’ per una sopita solidarietà subaffitta un letto di casa sua a Ioan.

Forse per la prima volta Michele riesce a trovare in Ioan un vero amico, per i problemi che li accomunano. O semplicemente perché per la prima volta non si sente giudicato da tutti quelli che hanno un lavoro fisso e dei rapporti stabili.

Dopo un periodo sereno, Ioan viene introdotto nel mondo della moda da una fotografa milanese ex reporter di guerra (Chiara Caselli, più ispirata del solito) che gli prospetta una carriera come modello in passerella, i due ragazzi rischiano di separarsi non senza fratture all’apparenza insanabili.

Va detto, però, che nel momento in cui uno dei due lascia Roma, il film perde la compattezza costruita sino ad allora, per imboccare una via già battuta da altri dissolvendo l’atmosfera costruita sino a quel punto.

Dentro alla storia c’è un disagio esistenziale raccontato senza compiacimenti, una storia di amicizia, considerata da alcuni un amore gay, raccontato senza la morsa delle convenzionalità borghesi.

La storia appare palpitante e schietta in un contesto proletario credibile sullo sfondo di una Roma polverosa, ritratta con sincerità, senza stile neorealista che, anche per questo, risulta vincente. Importante anche la sceneggiatura ben bilanciata, il tono è alleggerito grazie a un gustoso cameo di Luciana Littizzetto, nel ruolo della padrona di casa, frustrata da una carriera cinematografica mai partita, perché costretta a ruoli di ‘attrice generica parlante’.

Un film dalla gestazione non facile, dal momento che il finanziamento iniziale è stato ridotto, quando già il film si stava girando. “Realizzare Cover Boy è stato un vero calvario” ricorda l’autore in alcune interviste.

E’ stato girato in Hdv, una nuova tecnologia a basso costo che ha permesso di filmare ovunque, perfino a piazza San Pietro e in luoghi dove si sarebbero dovute tenere le macchine da presa nascoste.

La messinscena è delicata e diretta. La produzione low budget, presente in alcuni momenti del montaggio, non pesa sul film, ma accentua la verità delle tematiche.

In linea con ciò la sceneggiatura che si dimostra semplice essenziale e diretta, in alcuni momenti quasi affine al documentario (genere, peraltro, già esplorato da Amoroso).

Gli attori protagonisti sono sempre all’altezza, mostrano empatia con i problemi quotidiani; e spiccano per la loro diversità che risulta convincente. Eduard Gabia, allora alle prime armi ‒ il film è del 2006 ‒ porta freschezza e un lieve impaccio sulla scena, rendendo il personaggio reale e credibile. Luca Lionello ha alle spalle una carriera più consolidata (nella sua filmografia c’è stata una parte anche ne La passione di Cristo di Mel Gibson) che gli consente di donare al suo personaggio molte sfumature interessanti. Sicura la performance di Luciana Littizzetto.

Grazie anche alla splendida (e premiata) fotografia di Paolo Ferrari e al montaggio di Luca Manes, Amoroso riesce a raccontare con grande sensibilità il rapporto che si instaura tra due giovani dalla vita precaria riuscendo a far percepire l’incontro tra due modi di affrontare la vita senza cadere nella facile sociologia.

Collocando per di più la vicenda al Mandrione (di pasoliniana e rosselliniana memoria) mostra allo spettatore uno spazio periferico in cui sorgono ancora baracche ed edifici abusivi, divenuto oggi rifugio per molti extracomunitari nella capitale.