Siamo nel 1907 e Rainer Maria Rilke ha trentadue anni. E’ sposato e ha una figlia, ma è tutt’altro che stabile, sia fisicamente (la sua vita è un continuo girovagare), che intellettualmente che sentimentalmente. In vita sua ha studiato, poco, diritto, molto letteratura, filosofia, arte. A trentadue anni ha già conosciuto i maggiori scrittori del tempo con i quali è entrato in relazione epistolare. Tutt’altro che stabile.
Ebbene nell’autunno di quell’anno, durante un breve soggiorno a Parigi, si reca con grande frequenza nella sala che il Salon d’Automne ha dedicato a Cezanne, morto l’anno precedente.
E di quelle visite scrive alla moglie. In sè queste lettere dicono più del poeta che del pittore.
Dicono che il lavoro deve essere il destino di ogni artista. Cita Van Gogh (“Van Gogh poté forse perdere la ragione, ma dietro la ragione era ancora il lavoro, da questo non poteva più cadere”), cita Rodin, suo grande amico e protettore (“Rodin quando è indisposto è sempre vicino al lavoro”) per concludere: “ma mi sembra che questo essere-al-lavoro non sia soltanto educazione e costrizione (altrimenti stancherebbe, come mi ha stancato nelle ultime settimane); è pura gioia: è il naturale benessere in quell’unicum non raggiungibile da niente altro.”
Dicono dell’ammirazione per quel che chiama Il Vecchio (Cezanne), ostinato nel proseguire la sua ricerca fino all’ultimo giorno della sua vita. Ne raccontano la vita dedicata alla pittura, finanziata debolmente dal padre. Ne raccontano le difficoltà e le pietre che i ragazzini di Aix tiravano dietro a quel mezzo matto quando ogni giorno andava e veniva dal suo studio.
Dicono della solidità che trovava nei suoi quadri, solidità lasciata spiegare a Mathilde Vollmoeller che dice: “E’ come messo su una bilancia: qui la cosa, qua il colore; né più né meno di quanto richiede l’equilibrio. Può essere molto o poco: dipende, ma è proprio nella misura che corrisponde all’oggetto“
Dicono, quindi, di una ammirazione che corrispondeva alla testardaggine nel perseguire il proprio destino, ovunque e con chiunque si entrasse in contatto.
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