Riceviamo una nuova recensione di Claudio Cherin. Eccola.


C’è la disperazione ad unire i personaggi di Disco Boy di Giacomo Abbruzzese.

I protagonisti di questa storia sono due giovani uomini che vivono ai margini e si ritrovano a combattere l’uno contro l’altro per un mondo e in un mondo destinato a fallire.

Aleksei (Franz Rogowski) è un giovane bielorusso che cerca di raggiungere, con un amico, da clandestino la Francia. Una volta arrivato in Europa, dopo aver visto annegare l’amico, mentre guadava un fiume, il giovane si arruola nella Legione Straniera. Prestare per cinque anni servizio nella Legione straniera permette di avere la cittadinanza francese. Tutti avete le stesse possibilità, dice il Comandante ai nuovi arrivati. Così Aleksei non può far altro che resistere al duro addestramento, al regime di umiliazioni e crudeltà.

Una volta superato l’addestramento, si ritrova in missione sul delta del Niger.

Nel delta del Niger vive e combatte un giovane uomo, Jomo (Morr Ndiaye, esordiente con alle spalle un trascorso di migrazione clandestina), che vorrebbe avere una vita serena nella terra dove è nato. Ma le multinazionali del petrolio, inquinando e spadroneggiando, non gli permettono di vivere la vita che sogna. Così lui ed altri sono entrati a far parte di un gruppo armato che rapisce gli ingegneri europei, fa azioni di sabotaggio.

Per contrastare il fenomeno le aziende petrolifere del posto si servono della Legione straniera. Il delta del Niger mai è stato rappresentato con tale cupezza, una cupezza disperata. Da una parte, infatti, c’è il mondo globale e la sua sete di petrolio, dall’altra, c’è un’umanità miserabile (divenuta tale dai soprusi dell’uomo bianco). A loro rimane la possibilità di migrare o di afferrare le armi e combattere, perché costretta ai margini dall’esercito nazionale e dagli interessi stranieri.

Il climax del film si trova nella scena in cui Aleksei e Jomo combattono l’uno contro l’altro.

In una lotta fin troppo umana, quasi animale. Che ha lo scopo della sopravvivenza.

Entrambi, infatti, sono ‘necessitati’ a combattere: l’uno per trovare un proprio posto nel mondo e l’altro per difendere il proprio villaggio dalla devastazione.

Ha qualcosa di epico, il combattimento tra i due. C’è la forza bruta, corpi che si torcono; si sente la fatica, il respiro che diventa avido d’aria, il cuore che batte, il sangue che sgorga dalle ferite.

Il regista per fare ciò, per dare la sensazione di questi muscoli e ferite, inserisce una sequenza fatta con l’infrarosso notturno. Così, macchie di colore in movimento prendono forma sullo schermo rappresentando uno scontro epico, dove sopravvive che ha più forza, certo, ma allo stesso tempo i corpi e il combattimento diventano qualcosa di straniante. Perché non sono più corpi, ma zone di colore, quelle che si mostrano.

L’effetto che ne viene fuori è quello che mostra un’umanità miserabile che lotta ai piedi del mercato globale. I due giovani uomini, infatti, non hanno motivo di lottare l’uno contro l’altro. In altro contesto sarebbero addirittura fratelli, perché accumunati come sono dalla povertà, dal degrado e dalla speranza.

Alexei sotterra, per una scintilla d’umanità, e forse per quell’atavico ricordo delle leggi non scritte dell’epica, il proprio rivale. Il ricordo di questo scontro inizia presto a ossessione il giovane.

Disco boy, a questo punto, diventa un film di fantasmi. Sono ectoplasmi della memoria che tornano a tormentare chi ne ha visto e toccato concretamente i corpi e non può più liberarsene.

Davvero per una vita ‘rispettabile’ serve ammazzare qualcuno che si vede costretto a uccidere per difendere il diritto alla vita?

Davvero vale la pena di uccidere altri, cento, mille guerrieri in posti sperduti e sfruttati per mondo, per diventare rispettabili cittadini europei? Questo si chiede Alexei.

Nello sguardo di Franz Rogowski permane un continuo interrogarsi sul senso dell’esistenza, sia che stia cercando di entrare clandestinamente in Francia, sia che stia sperimentando il duro addestramento della Legione Straniera.

Perché questo non è un film sui corpi militari speciali e sulla loro struttura gerarchica pressoché assoluta. Abbruzzese si colloca semmai sulla scia di chi, come Clint Eastwood con Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima o David Cronenberg con La promessa dell’assassino, ha mostrato la guerra da fronti opposti.

La scena in cui Aleksei, di fronte alla morte di donne e bambini, chiede l’autorizzazione per poter intervenire e questa gli viene negata, perché lo scopo del suo intervento deve essere un altro, si rivela significativa. Di fronte alla disumanità di chi non ha altri obiettivi che quelli prefissati da una logica bellica d’ingaggio, Alexei non si sente impotente.

Disco Boy diventa così un film che parla di guerra non solo uscendo dai canoni del genere, ma col compito di raccontare sensazioni e traumi che affiorano ogni momento dalla pelle e permangono nell’inconscio.

La vita di Alexei viene sconvolta, consumata lentamente da una lebbra cieca che si allunga sull’esistenza. A differenze degli altri soldati che hanno dimenticato chi hanno ucciso, Alexei capisce ben presto che non può più rientrare nella vita di tutti i giorni. Qualcosa in lui è cambiato per sempre.

Una sera, un corpo femminile statuario appare a Alexei in un locale (forse è quello di Udoka ‒intrepretata da Laetitia Ky ‒ che nella storia è la sorella di Jomo, che nel frattempo ha raggiunto la Francia e iniziato a fare la donna immagine nelle discoteche). Quel corpo statuario ‒ che non è oggetto del desiderio pulsionale, ma bisogno estremo di un ritrovamento di un’umanità, altrimenti destinata inesorabilmente a perdersi in logiche, che di umano non hanno più nulla ‒ segna la fine del sogno di una vita rispettabile. Alexei si ritrova così scegliere la vita ai margini da dove è fuggito.

Disco Boy di Giacomo Abbruzzese è stato l’unico film italiano presentato e premiato alla 73 Berlinale, ha un respiro (autoriale, artistico e produttivo) fortemente internazionale. Ha ottenuto l’Orso d’argento 2023 per il miglior contributo artistico, grazie alla fotografia di Hélène Louvart.