Da Claudio Cherin riceviamo una nuova recensione. Eccola.


Emir Baigazin è un regista che non ha avuto molta visibilità in Italia. Eppure i suoi film meritano. Su Mubi è disponibile The River, film che porta a compimento la “Trilogia di Aslan” (dal nome del protagonista).

La storia si svolge in un remoto villaggio kazako dove vive una famiglia con cinque figli. Il padre è severo e, a volte, violento. Mette il figlio Aslan, il maggiore, alla guida dei suoi quattro fratelli più piccoli, e li sorveglia nelle loro faccende quotidiane, che comprendono la costruzione di un granaio e la cura del bestiame. Aslan, pur essendo il maggiore e col compito di sorvegliare gli altri, è gentile verso i suoi fratelli più di quanto non sia suo padre, e perdona sempre i loro errori.

Il padre, che li ha isolati dal mondo e dalle sue tentazioni, li costringe a lavorare in condizioni estreme e ricevono da lui stesso una lezione più dura, se non portano a termine i loro compiti. Questo stato di cose alimenta sentimenti di odio e vendetta nei confronti del genitore prima, e di Aslan, poi, quando questo cesserà di coprire i fratelli.

Un giorno Arslan conduce i fratelli al fiume. Questo cambierà le loro vite. Dopo aver fatto qualche bracciata, il fiume, luogo proibito dal padre, i ragazzi ci tornano più volte. Come se le acque li chiamassero.

Una volta scoperto il fiume, il modo in cui svolgono le loro faccende quotidiane è diverso. Sono svogliati. Si ribellano in modi diversi alla legge paterna.

Un giorno arriva un misterioso visitatore, di nome Kanat. Arriva nel villaggio, portando un tablet, contenente dei videogiochi, che tengono i più piccoli lontani dallo sguardo del fratello. E che li attraggono verso un mondo completamente diverso. Più ricco, capace di mostrare luoghi lontani, che loro non possono neanche immaginare, confinati come sono in quel mondo di steppe e di vento. La presenza di una condizione e di un luogo alternativi alla terra desolata in cui i cinque vivono, fatta anche di tecnologia, di realtà virtualità, di un reale che si specchia nel suo doppio digitale, permette loro di guardare con altri occhi lo stile di vita arcaico nel quale vivono. Attratti da questo mondo dal quale sono esclusi, però, diventano indolenti e sofferenti, perché si sentono imprigionati.

L’arrivo di Kanat – che porta l’unico cenno di uno specifico periodo di tempo a un racconto altrimenti astorico – in quello che risulta essere un rifugio dai pericoli esterni, è una presenza dirompente. È l’avvertimento di una società tecnologica che è alle porte, pronta ad invadere anche quel luogo in cui il padre ha confinato i suoi figli.

A questo punto i fratellini contestano l’autorità del bonario Arslan.

Lo spazio è allora concepito come un campo di forze: i cinque sono prima un corpo unico, unito per il conseguimento del medesimo obiettivo; poi lo spazio si disgrega, dopo la comparsa del fiume e del cugino.

Questo si ritrova anche nei personaggi, prima uniti, poi, in conflitto tra loro. Si raccontano le delazioni, i ricatti e si svelano segreti. Poi i ragazzini sono di nuovo compatti, accomunati da un intento comune, ma definitivamente incattiviti.

The river si dimostra una vera e propria parabola sulla natura umana (il regista ha trovato ispirazione figurativa nelle rappresentazioni delle vetrate delle cattedrali cristiane, ha detto in un’intervista), sulle sue contraddizioni, sul paradosso del senso di colpa (la produttività dei fratelli si lega ad esso), sulla famiglia come nido pieno di risentimento che qui cresce all’ombra di uno spettro.

C’è qualcosa di biblico a pensarci. Di duro e di essenziali come ne Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini. O nel film (a tratti enigmatico) de Il ritorno di Andrey Zvyagintsev

Per la prima volta Baigazin ha non solo scritto e diretto il film, ma ha anche lavorato come direttore della fotografia. Nelle sue mani, The River diventa un film accattivante grazie alla cura della delle ampie inquadrature in widescreen; la storia è narrata attraverso piccoli episodi; c’è qualcosa di geometrico, se non simmetrico nella fotografia; pochi colori per lo più neutri (l’azzurro del cielo, il grigio e il bianco degli interni, il giallo smorto della terra e delle vesti dei ragazzi). Infine il regista fa un uso liricizzante delle musiche.

The river è una storia di confine: tra il mondo reale e quello arcaico, come a rievocare un inconscio collettivo fatto dal connubio di elementi presi dal mondo globalizzato di oggi e quelli presi dal mondo tradizionali, ormai al di fuori della civiltà occidentale.

The River ha ottenuto Premio alla regia nella sezioni Orizzonti alla Mostra di Venezia.