Faccio seguito al post sul film di Wenders per parlare in maniera specifica delle opere di Kiefer.

Vidi per la prima volta alcuni lavori di Kiefer all’Hangar Bicocca della Pirelli dove in uno dei capannoni del sito sono ospitati sette palazzi celesti insieme a cinque suoi dipinti.

Essendo interessato quasi esclusivamente alla pittura devo dire che non ho subito il fascino dei sette palazzi, mentre i cinque quadri esposti, vuoi per la dimensione che per la tecnica utilizzata che, soprattutto, per il loro risultato effettivo mi sono rimasti impressi.

Poi ho rivisto quadri di Kiefer al Palazzo Ducale di Venezia due anni fa, in occasione di una visita alla Biennale. In quel caso è stato chiesto a Kiefer di pensare ad “affrescare” completamente la Sala dello Scrutinio mettendo in competizione le proprie opere con i trentatre quadri (Tintoretto, Palma il Giovane, Andrea Vicentino) che decorano il soffitto della sala. La potenza delle opere di Kiefer in quel caso oscurava la ricchezza della decorazione seicentesca.

Ora il film di Wenders offre spunti interessanti di conoscenza e comprensione.

Innanzi tutto i riferimenti culturali e ambientali di Kiefer: Celan e Heidegger, da un punto di vista teoretico e letterario, e i boschi e le pianure invernali della Germania sud occidentale.

Poi il modo di lavorare: l’uso esteso della fotografia quale referente alla trasposizione pittorica, la lavorazione per strati successivi, l’uso del fuoco, del bitume e del piombo fuso come materiale e oggetto.

Dall’esame delle opere e dalla visione del film traggo la convinzione che Kiefer abbia cercato e trovato una sintesi tra espressionismo tedesco e arte povera italiana. Le opere di Burri spesso ritornano cosi come un uso dei materiali poveri (spesso rottami) che troviamo in molta produzione italiana degli anni settanta e ottanta. Lo spessore dei materiali utilizzati esalta la significatività essenziale della materia, mentre le bruciature e le lavorazioni a caldo suscitano ricordi e suggestioni.

Nel ciclo presentato a Venezia due anni fa, la riflessione sulla catena di eventi che ha portato alla distruzione a causa di un incendio di parte del Palazzo Ducale nel 1577 e alla sua rinascita, unita alla decadenza inesorabile dello splendore della Repubblica di Venezia ha condotto Kiefer ad esplorare e rappresentare la fuga, la distruzione, il ricordo, la morte, tutti temi suoi propri.

A corredo e ad integrazione delle immagini Kiefer spesso nelle sue opere cita brani, spesso appartenenti alla Kabbalah o alle poesie di Celan.

Non c’è dubbio che il tema del nostro essere nella memoria e del nostro essere dalla memoria sia il tema principale dei lavori di Kiefer. Non per nulla da un punto di vista filosofico il suo primo e maggiore riferimento è all’autore di Essere e tempo.

In ogni caso il risultato è di una potenza apocalittica che ben rappresenta un sentire comune preoccupato e teso. Se capita, consiglio vivamente una visita ad Hangar Bicocca di Milano.