Dopo aver imparato agli inizi del novecento a raccontare emozioni, la pittura dovrebbe (deve – e in effetti a volte lo fa) tornare a raccontare storie, evidentemente non in concorrenza o competizione con la fotografia o con i filmati, ma con il linguaggio suo proprio, sviluppato durante il novecento, prima e dopo la seconda guerra mondiale.

Quello era un evoluzione del linguaggio tardo ottocentesco proprio dei Zandomeneghi, dei De Nittis che con l’abbandono della figura e l’introduzione da parte di Klee e Kandinskji delle proprietà del segno portò al deflagrare dell’espressionismo e dell’informale.

Boccioni è un buon punto per riprendere il discorso, aggiungendo la componente tempo e narrazione che in quello a tratti mancava.

Ovviamente nella seconda metà del secolo scorso c’era chi raccontava storie (Picasso in primis, ma anche De Chirico e altri) ed è proprio da lì che bisogna ripartire, rifiutando i vecchi schemi, ma innescando sul linguaggio pittorico l’antica forza del racconto.