GRAN TORINO: Il titolo dell’ultima fatica cinematografica di Clint Eastwood potrebbe trarre in inganno. Non è un prodotto d’azione con inseguimenti d’auto, ma una melanconica cronaca degli ultimi giorni nella vita di un vedovo, un lupo solitario arrabbiato con tutti e miscredente. Non può non far pensare a un Dirty Harry nell’inverno della vita.
Il film ci fa conoscere Walt, un veterano della guerra di Corea, che convive con mille pregiudizi e altrettanti rimorsi. Di fatto vediamo un uomo incapace di comunicare, anche col figlio o i nipoti. I suoi vicini di casa sono immigrati vietnamiti che a lui non piacciono affatto. Ha una grande passione, la sua auto sportiva d’epoca, una Ford Gran Torino, un vero cimelio. Quando un ragazzino vietnamita tenta di rubargliela, Walt si arrabbia fortemente. A questo punto le vite dei protagonisti principali vengono sconvolte da scontri verbali di intolleranza da parte di Walt e da episodi che vogliono riparare l’offesa subita.
Walt finisce per farsi giustizia da solo, perchè è un uomo tormentato dai ricordi della guerra da lui combattuta nel passato. E quando finalmente acconsente a confessarsi in chiesa, come desiderava la defunta moglie, si vede che soffre tantissimo. Il film da l’idea che non è mai troppo tardi per imparare, crescere, capire. E ricevere una sorta di illuminazione. Sembrerebbe che il fatto di non riuscire a rapportarsi con i propri figli sia spesso un limite della generazione cresciuta negli anni ’40 e ’50. Walt è anche abituato a vivere in un quartiere di gente come lui, non è aperto ad altre culture, ma quando diventa amico di questi strani vicini di casa capisce di avere più in comune con loro che con la sua famiglia, con i suoi figli viziati. Fa un lungo viaggio interiore, fino a dare la vita per loro.
GRAN TORINO lascia trasparire un messaggio di tolleranza in un periodo storico particolare, come questo che stiamo vivendo, messaggio che progredisce e va verso la solidarietà. Walt è uno che all’inizio insulta tutti, come spesso fanno quelli della sua generazione, apostrofa i vicini immigrati, che non conosce nemmeno, con pesanti affermazioni razziste, non riesce a trattenersi, fino a quando diventa il loro più strenuo difensore. Non è un uomo politicamente corretto, ma ha una sua sensibilità, e lo diventa.
GRAN TORINO di Clint Eastwood-Clint Eastwood-116′
Genere: Azione, Drammatico, Thriller
Distribuzione: Warner Bros a partire dal 13.03.2009
Clint Eastwood, un burbero, sì, ma ..benefico. Oltre a rappresentare una generazionei, che è pure la mia, in ogni suo aspetto, in particolare quello negativo, in questo film lascia un messaggio di apertura alle nuove generazioni. Gli darei un bell’8! (…ai posteri…)
Grazie, Bonifacio. Eastwood è certamente un grande regista. Pur non avendo ancora visto questo suo ultimo lavoro, gli altri sono stati “impressionanti” nel senso letterale del termine. hanno impressionato la mia retina e la mia memoria in maniera indelebile. mi unisco quindi ai peana a favore del grande Clint
Finalmente ho visto il film (ognuno ha i propri tempi). Bello, anche se in alcuni punti la vicenda della lotta contro la banda di giovani asiatici ha uno stile e un sapore un po’ troppo da Texas Ranger. Un’amica americana ha anche trovato “strano” il fatto che i personaggi giovani si muovessero spesso a piedi nel quartiere, cosa che lei dice in America non fa più nessuno (muoversi a piedi). In ogni caso il personaggio di Walt è al solito ben costruito, segnato dalla guerra in Corea e dai propri eccessi caratteriali (mi pare che dica che le cose che non riesce a dimenticare e a perdonarsi sono quelle che non gli hanno ordinato, lasciando intendere qualche accanimento, non terapeutico, contro i coreani).
Certamente è un uomo d’altri tempi,di tempi dei quali avremmo disperatamente bisogno, un uomo che quando si confessa dopo una vita racconta di un bacio ad una signora fuori dal matrimonio, di tasse non pagate sulla vendita di una barca per pochi migliai di dollari e di un rapporto con i figli che doveva essere migliore. Questi sono i peccati di una generazione? Fatto sta che alla fine si redime non facendosi giustizia da sé come tutto sembrava indicare, ma sacrificandosi perché i cattivi paghino per le loro colpe. Il fatto poi che la casa dove abitava venga lasciata alla Chiesa e non ai figli, come loro si aspettavano, fa intendere che a volte i perdoni e le assoluzioni si chiedono senza crederci molto.
Ultima cosa: solo in un paese al mondo è verosimile che un barbiere tenga in negozio un fucile a pompa. Questa è l’America. Questo è il faro della nostra democrazia.