Spingere, tirare, attendere e poi, poi tornare a spingere, a tirare a urlare a parlare a dirti e ridirti quello che sarebbe (giusto), contraddicendomi subito che la vita è tua, ma la saggezza mia, che tua è la forza e mia la volontà. Spingere, tirare, allargare, muovere, tentare di muovere, peso eccessivo, peso ingombrante, peso morto, peggio, recalcitrante, io che ti dico e tu che neghi, io che affermo e tu che fuggi, ti incazzi, mi incazzo, ci separiamo, ci rincorriamo, a volte ci si raggiunge, poi ci si stacca di nuovo, come è naturale, e io (e tua madre) torno a tirare, a spingere, ad attendere che tu davvero grande ti faccia (a dispetto del corpo) e che la tua testa si riempia di tutto quello che serve (forse) e ti lasci quindi come vorrei, come vorremmo: sicuro, al sicuro.

… e se la nostra idea di “sicuro” fosse diversa dalla loro?
Riflessioni amare nate da una discussione in macchina con un figlio adolescente in cui si comparavano poesia e messaggi delle canzoni di Guccini e di quelle di Vacca. Toni amichevoli, voglia di condividere delle emozioni, ma incomunicabilità quasi totale 😦
certo la loro idea di “sicuro” è diversa, non fosse altro perché naturalmente noi offriamo loro sicurezza, volenti o nolenti, grazie a Dio, siamo per loro (come i nostri lo sono stati e in parte lo sono ancora) un baluardo di tranquillità. anche nella incomunicabilità