Franco Guerzoni, modenese, settantenne, espone nelle sale dell’archivio del Museo del Novecento le sue ultime opere insieme ad alcune realizzazioni più datate.

Le opere sono principalmente lavori in scagliola (tele rivestite da spessa scagliola) che ritraggono grandi particolari di muri scrostati o, altra serie di lavori, piccole scatole, sempre in scagliola, che lasciano intravedere il proprio interno.

I lavori ondeggiano, quindi, tra la poetica del deja vu e quella impostazione di molta arte del Novecento che ricorda al visitatore che guardare richiede attenzione, curiosità, intelligenza.

Se, infatti, i muri ricordano cucine e osterie, le scatole, anch’esse scrostate, nella loro incompiutezza o rottura invitano l’osservatore a entrare al loro interno frugando con lo sguardo alla ricerca di una completezza che spesso (sempre) poi manca.

Ma anche i muri hanno buchi, fessure che stimolano a loro volta la nostra curiosità e rendono così evidente che la tela osservata non è bidimensionale e che alle scrostature dell’intonaco e della materia in superficie corrispondono crepe più profonde e sentite.

Sarà per il comune territorio di nascita e giovinezza, ma questi lavori di Guerzoni ricordano molto la via Emilia e il West di Guccini, la casa sull’altura, la piccola città e il dannato posto.

Il ricordo è la dimensione comune.

Tutto questo si inquadra bene in una pittura, in un fare artistico che ha dimenticato (o rinunciato) il racconto, che non ritrae, ma espone, che non indica, ma mostra.

Da questo punto di vista i lavori di Guerzoni sono l’esatto controaltare della pittura analitica: tanto là quanto qua la pittura non ha alcun compito di narrazione, ma solo espositiva: nell’analitica di un metodo, di un fare pittorico, qui di un passato ricordato nei suoi particolari apparentemente insignificanti, seguendo, se vogliamo, quella nouvelle historie che ha insegnato a tutti noi quanto sia essenziale l’ambiente, il quotidiano per comprendere la nostra Storia.

Altra (e ultima) annotazione: anche nei lavori di Guerzoni fa capolino quella prassi artistica che fa dello stupore tecnico realizzativo una delle sue componenti essenziali. Osservandone i lavori, infatti, una delle domande più ricorrenti è: come ha fatto a fare scatole in scagliola, romperle, ma non romperle del tutto, piuttosto che aprire profondi buchi nei muri senza che tutto crolli. La complicazione tecnica è, si sa, una delle chiavi di maggiore moda dei nostri anni, complicazione che da un certo punto di vista è sempre stata patrimonio del fare arte, ma che in alcuni casi si erge ad unico valore presente.

La mostra vale la pena? Diciamo che è un buon complemento alla necessaria e ripetuta visita al museo del Novecento. Augh.