Un sabato sera svogliato di rientro dalla Liguria. Nessuna voglia di rientrare a casa. Un film quasi a caso: Parasite.

Dopo la vittoria a mani basse degli Oscar della trama immagino sappiano tutti. Quindi tralascio.

Questo film dimostra ancora una volta quanto il ritmo (della recitazione e delle scene) sia tutto. Senza essere sincopato o travolgente, il racconto non ha pause, ma solo sorprese. Sorpresa che i parassiti del mondo siano tanto educati, precisi, disinvolti. Sorpresa che tra i ricchi e i poveri l’unica differenza stia nell’odore (cosa di cui si accorge peraltro solo un bambino). Sorpresa che ciò che sembra non sia. Sorprese. Il film ne è pieno. Pieno di piccole cose buffe, particolari, tragiche, descritte (tutte) con partecipazione e distacco insieme.

Ad un certo punto il padrone di casa dice di uno dei parassiti che è sorprendente come sia sempre ad un passo dall’oltrepassare il limite, ma non lo faccia mai. Lui, il padrone, intendeva il limite delle convenienze sociali, del rispetto per il datore di lavoro, per il ricco, per l’arrivato, ma quella frase vale anche per il film nel suo insieme: è sempre al limite, sulla soglia del trasformarsi in un vaudeville, nell’esagerare i toni ed invece miracolosamente ne rimane esente. Ne rimane puro.

Puro come è di pura bellezza la casa in cui si svolge gran parte dell’azione, il giardino, gli alberi. A ripensarci la casa e la sua bellezza è ciò che rimane: gli attori sono comparse, marionette, che ora stanno di qua o di là dal confine sociale. Solo la bellezza delle cose che creiamo rimane intatta. Quella casa nel film è come se osservasse le scene, ciò che vi capita, intoccabile nella sua magnificenza. E se gli attori e le vicende ne tratteggiano la melodia e ne sviluppano il piano armonico, la casa è il basso continuo che li sostiene.

Insomma: vale il biglietto, cosa che per i vincitori dell’Oscar non è sempre detto.