Da Gloria Pastorino riceviamo la recensione dello spettacolo Coppia aperta, quasi spalancata di Dario Fo e Franca Rame.
Un pubblico di nostalgici ha assistito lunedì sera (29 maggio, anniversario della morte di Franca Rame) a una riedizione di Coppia aperta, quasi spalancata, di Dario Fo e Franca Rame.
Il testo funziona ancora, anche se non con la carica mordente di critica del super-maschio facilmente messo in crisi da una presa di coscienza post-femminista della moglie.
La coppia aperta, tanto ricercata dal marito di Antonia, narratrice senza filtri e senza quarta parete, esplode quando la donna trova un amante giovane, plurilaureato, fisico nucleare i cui interessi poliedrici includono comporre e cantare canzoni rock. Purtroppo, i tentativi di rendere attuale il testo sono risultati in forzature che hanno lasciato perplesso un pubblico in partenza molto ben disposto.
Perché far parlare il figlio (le cui parole sono riportate dalla madre anche nel testo originale) in pseudo-inglese, così perdendo parte delle battute che funzionavano? Perché trasformare l’appartamento in una palestra, esasperando visivamente il tentativo (non esattamente riuscito) della donna di rimettersi in forma? Perché trasformare il rock in rap? Ma, soprattutto, perché trasformare l’amante di Antonia da uomo in donna? Qual è il macho super-macho che, in Italia, si sentirebbe umiliato dall’improvvisa relazione amorosa della moglie con un’altra donna? In che modo sarebbe punto nell’orgoglio e si sentirebbe in competizione con una donna di venticinque anni più giovane? Al massimo sarebbe perplesso o forse persino attratto dall’idea della moglie con un’altra donna, se si crede alla un po’ patetica rappresentazione di un marito allupato cronico, pronto a saltare addosso a tutto ciò che si muove.
Il testo di Fo era scritto volutamente sopra le righe, per presentare una situazione estrema con eccessi di gelosia e scenate, che mettevano in farsa la serietà dell’argomento, così scoprendo ipocrisie piccolo-borghesi. La messa in scena di lunedì sera era così incongrua che il momento in cui il marito, preso da un raptus di gelosia e stizza per essere preso in giro, strozza Antonia con la sciarpa, invece di essere un momento di comicità fisica è stato recepito come un atto di violenza estrema, troppo comune ai nostri giorni e decisamente non comico. La commedia, come era consapevole Fo, è fatta di equilibri sottili e richiede misura: lo strangolamento di Antonia ha distrutto la labile illusione comica, distruggendo il messaggio del testo originale.
Bravi gli interpreti, Alessandra Faiella e Valerio Bongiorno, anche se la totale assenza di complicità e tensione erotica tra loro rende difficile credere nei tentativi di suicidio di Antonia per attirare l’attenzione del marito o il riuscito suicidio di lui, disperato per l’interesse della moglie per un partner che lo surclassa.
Il finale di reminiscenze di Antonia di tradimenti antichi, una volta che il marito è morto, non funziona e indebolisce ulteriormente un testo straziato da modernizzazioni e mancanza di comprensione di ritmi e tempi comici. Peccato, perché i testi di Fo, se messi in scena con criterio, hanno ancora molto da dire.





