Da Claudio Cherin riceviamo una nuova recensione, quella del film Great freedom di Sebastian Meise.
Ad alcuni è data la possibilità di rifarsi una nuova vita, ad altri no. Per alcuni la liberazione dai campi significa un nuovo doloroso inizio, per altri un significa soltanto passare per un luogo, come possono essere i bagni di una qualche stazione e, in fine, la prigione.
Questo succede nel film Great freedom di Sebastian Meise ‒ autore di indagini sulla pedofilia, Stillleben, e il documentario Outing ‒ che racconta le vite di quattro uomini – Hans Hoffmann (Franz Rogowski), Viktor (Georg Friedrich), Leo (Anton von Lucke) e Oskar (Thomas Prenn) – nella Germania del 1949, prima liberati e poi di nuovo condannati per il paragrafo 175, infatti, del codice penale tedesco, in base al quale l’omosessualità è considerata un crimine.
Great Freedom comincia con la proiezione di alcune immagini sgranate e bruciacchiate in un simil 35mm che ritrae alcuni atti sessuali da giovani omosessuali all’interno dei bagni pubblici di una stazione.
Hans Hoffmann si guadagna da vivere così. Vive in un non-luogo, perché, come si viene a sapere, poi, è stato internato nei campi forse proprio per la sua omosessualità o perché ebreo (non si dice in modo esplicito). Il suo dramma non è il ricordo del campo né l’omosessualità, semmai l’esser emarginato: il vivere di poco e ai margini. Un po’ come accade agli ebrei raccontati da Edgar Hilsenrath nel romanzo Notte (Voland Editore, 2018): vivono di niente passando da un luogo all’altro nel ghetto, prima che inizino le deportazioni.
Catturato durante una retata della polizia, Hans ammette la sua ‘colpa’ al processo.
Nella Germania del tempo non solo si filmavano di nascosto i rapporti omosessuali, ponendo cineprese in luoghi celati e strategici, ma li si analizzavano pubblicamente nel corso di processi pubblici estenuanti, profondamente discriminatori e con lo scopo di far provare la vergogna più profonda nell’imputato, per aver espresso la propria sessualità.
Hans ammette la sua colpa più perché non ha nulla da perdere che altro. O forse perché è stanco di trovarsi a racimolare qualche spicciolo e a vivere nei margini. Così la sua vita riinizia in un luogo che non è, poi, molto diverso dal campo in cui è stato.
Tra castighi atroci, silenzi estranianti, relazioni fuggevoli, celle che cambiano a seconda della gravità delle punizioni, il detenuto Hans stringe l’unica relazione stabile che gli viene concessa dalla vita con il suo compagno di cella, Viktor (Georg Friedrich), che supera i livori e il disprezzo iniziale.
Hans, amaramente, si inserisce bene all’interno di un istituto penitenziario che è un non luogo sicuro, fatto di pareti grige, bianche e nere, camere oscure, luoghi desolati e spazi cavernosi e labirintici che tutto appaiono fuorché scenografie cinematografiche.
La drammaticità della detenzione è fatta di silenzi, sguardi e occhi, e Franz Rogowski (il nazista di Freaks Out e Waldlan in La vita nascosta-Hidden Life, Disco boy) regala una performance incisiva ed emotiva, di grande impatto scenico grazie anche alla fotografia di Crystel Fournier (premiato agli EFA) capace di spaccare in due il piano visivo, invitando lo spettatore a scoprire nuovi significati oltre i corpi, oltre le sbarre, oltre il bordo del visibile.
Sebastian Meise lavora sui corpi e sui volti degli individui che racconta tramite primi e primissimi piani, per avvicinare lo spettatore alla loro sofferenza psicologica e al loro logoramento emotivo, alle volte, come se volesse violare e cancellare lo spazio di comfort. I frammenti d’intimità non li rappresenta con la stessa forza. Basti pensare al rapporto sessuale consumato nel buio di una cella pubblica flebilmente illuminata e frequentata dai ribelli e riottosi delle regole carcerarie tra Hans e Leo. Un rapporto sessuale protetto e celato soltanto da un paio di coperte, che Meise filma a distanza.
Questo il regista lo fa per accentuare il contrasto tra regia intimista ed emotiva e il carattere invece brutale, esplicito e violento delle riprese senz’altro illegali operate dalla polizia tedesca del tempo, quelle che Meise utilizza come apertura del film, nel corso dei titoli di testa, estremamente vicine ai corpi, agli organi sessuali e al gesto.
Negli anni sessanta Hans può finalmente uscire. Può godersi la libertà che gli è dovuta. E che non ha potuto vivere. Sappiamo poco di lui, della sua storia. Ma per Hans non sembra esserci la possibilità di essere libero. Di vivere in un non-luogo. Il campo di concentramento, prima, il paragrafo 175, poi, non gli permette altro che di avere quella che si potrebbe definire come ‘la paura del cielo’ (titolo di un libro della scrittrice svizzera Fleur Jaeggy).
Una volta uscito, infatti, Han pur vivendo una vita normale capisce che non può essere altro che un estraneo nella vita ‘di fuori’, che forse ha sognato e agognato per anni. Una sera, in un locale gay da un’insegna rossa al neon, che dà il titolo al film, Hans non può far altro che si muoversi guardingo e sperso, osservando momenti di sessualità tra cieca oscurità e sprazzi di luce pur sempre tenue, che Meise filma con la camera a mano pur di restare su, e dentro, Hans, favorendo il legame diretto tra lo spettatore e il protagonista e ciò che lo circonda.
Uscito, prende una pietra e rompe una vetrina, l’allarme scatta e lui aspetta. Aspetta la polizia che giunge.
In Germania il Paragrafo 175 rimane in vigore dal 15 maggio 1871 al 10 marzo 1994.
Great freedom è visibile su MUBI
Ciao Sandro
un giorno facendo una ricerca mi sono trovata sul tuo sito. Da allora ti seguo. Seguo anche le proposte di Claudio cherin. Hai fatto un’ottima acquisto! Continuate così!
Grazie Marisa. Claudio scrive ottime recensioni che di solito arricchisco con tutti i link necessari per comprendere meglio i suoi riferimenti. in questo ultimo sfortunatamente non ho avuto tempo per inserire i link, ma conto poi di farlo. grazie ancora
Film strepitoso.
Oggi ci sarà una nuova recensione di Cherin?