Da Claudio Cherin riceviamo la recensione del film Winter Brothers di Hlynur Pálmason.
Winter Brothers dell’islandese Hlynur Pálmason racconta la storia di due fratelli che vivono e lavorano in una località sperduta della Danimarca, durante un rigido inverno.
I loro nomi sono Emil (interpretato da Elliott Crosset Hove, già protagonista anche di Godland – Nella terra di Dio) e Johan (Simon Sears). Di loro si hanno poche informazioni: quasi nulla si sa della loro famiglia, o di come siano finiti a lavorare in quella cava di pietra. Ciò che si capisce subito è che sono due fratelli molto diversi: Johan è integrato nel gruppo, rispettato; Emil è, sì, accettato, ma perché fratello di Johan.
Emil è un giovane svagato e incapace di relazionarsi con gli altri, sogna un amore impossibile con la vicina di casa, Anna; si compra un fucile e vende di contrabbando, ai colleghi, uno strano liquore, da lui distillato con sostanze chimiche che ruba dalla fabbrica di estrazione dove lavora, per racimolare qualche soldo in più.
Quando uno di minatori più conosciuti, Micheal (Michael Brostrup), si ammala, forse a causa di quel liquore adulterato, Emil viene preso di mira dal capo e dagli altri colleghi, senza trovare conforto nemmeno nel fratello maggiore Johan, più sveglio e risoluto. Che, più volte, gli ha intimato di smettere con questa attività. Ma Emil non ha voluto ascoltare, troppo preso com’è da quei soldi che racimola, dalla dura routine della cava e da una vita fatta di fatica.
In questo piccolo polo industriale, dominato dalla natura, Emil è un estraneo. Tenta invano di conquistare una ragazza e acquista un’arma (come il Travis Bickle di Taxi Driver) per poi imparare ad usarla guardando video tutorial in televisione.
Il giovane sogna l’esercito americano che vede in tv, non si rende conto di essere guardato da tutti come il responsabile della malattia di Micheal. Continua, una volta che è stato licenziato, a vivere la sua vita tra sogno e realtà. Un sogno per lo più televisivo. Non a caso, il regista inserisce ampi spezzoni di un video americano rivolto alle reclute, in cui si insegna a sparare un particolare fucile.
Questo inserire pezzi di altri film, o alle volte film di serie B (di cui si vedono stralci abbastanza ampi), è una prerogativa del regista. Come l’indugiare nell’insulso chiacchiericcio quotidiano con l’intento di mostrare la banale quotidianità del vissuto umano. Cosa che gli sceneggiatori hanno appreso dal teatro di Harold Pinter.
Il disagio sociale e psicologico di Emil non sfocia mai in una reazione violenta o rabbiosa, tranne nei confronti del fratello e nei confronti del capoufficio, che lo accusa di aver rubato sostanze chimiche e di essere la causa della morte di Michael.
La lotta, alla fine del film, tra Emil e Johan ‒ che ha trovato Johan trovato a letto con la donna di cui si è segretamente invaghito ‒ racconta molto di più della gelosia. Fin dall’inizio della storia, infatti, si capisce che i due sono legati da un sentimento profondo.
Quasi fossero gemelli. Hanno un codice loro. E che Emil forse non ha fatto altro che seguire suo fratello ovunque, fino a quella sperduta cava, perché sapeva che non avrebbe saputo fare altro. All’inizio del film, mentre i due lavorano insieme, Emil provoca più volte il fratello ‘mimandone’ i gesti, cosa che farebbe un bambino nei confronti di un fratello più grande, per irritarlo. La loro lotta è l’espressione di questo legame forte. Che solo all’interno del loro fatiscente container Johan può permettersi di mostrare. Tanto da far pensare che il loro sia un rapporto di complementarietá e di simbiosi. Una simbiosi che non può essere mostrata agli altri. E nella quale Emil finirà prima o poi per soccombere.
Per chi ha avuto modo di conoscere e leggere qualcosa della letteratura scandinava, troverà nel personaggio di Emil il ragazzo perseguitato de Il capro espiatorio di August Strindberg o il Mattis de Gli uccelli di Tarjei Vesaas.