Da Ramsis Bentivoglio riceviamo la recensione del film The Menu di Mark Mylod.


Circa un anno fa ho partecipato a una registrazione per un programma televisivo di cucina di un famoso chef. Io e altri commensali avevamo il compito di valutare tre portare di due vip che, ospitati dal celebre cuoco, si sarebbero contesi il titolo di Celebrity Chef. Noi, finti clienti, ma vestiti elegantemente, dovevamo calarci nei severi e realistici panni di critici culinari e far vincere il migliore. Era un onore, per la maggior parte di noi, essere presenti, assaggiare piatti gourmet ed essere ripresi dalle telecamere che, a seconda dei nostri commenti, ci avrebbero trasmesso in onda a livello nazionale. Molti di noi, ripeto, si sono sentiti parte di un élite e, penso, che quasi tutti avrebbero pagato pur di stare lì.

Quando ho visto The Menu, film del 2022, mi è tornata subito in mente la mia esperienza, anche se con altri standard di qualità e costi.

Il film racconta di un gruppo di dieci milionari che è stato invitato a un evento culinario su un’isola esclusiva, con un menù a sorpresa. Ogni ospite rappresenta il meglio della sua categoria sociale. I protagonisti sono una ragazza e il suo accompagnatore, che scopriamo quasi subito non essere il suo fidanzato.

L’isola è un paradiso terrestre e il cuoco, con il suo staff, l’hanno resa il loro quartier generale, dove abitano e lavorano con spirito di cameratismo e di sacrificio.

Il menù è strettamente legato all’ambiente isolano e ogni essenza è estratta da animali o piante autoctone. La vita e la morte in un unico ciclo naturale e spontaneo, come dice lo chef. Quando sono tutti a tavola, lo chef inizia a raccontare la storia dietro il menù della serata, creato esclusivamente per i presenti.

La cena procede tra sorprese per il palato e scioccanti rivelazioni su ognuno dei clienti.

Quando tutto sembra andare verso una conclusione apparentemente normale, lo chef mette in scena il suo spettacolo, quello che sconvolgerà gli invitati e gli spettatori. Il film arriva al finale in un crescendo di crudeltà e cinismo.

Tra le molte interpretazioni che si potrebbero dare, quella più evidente è lo scontro tra classi sociali attraverso la metafora della cucina. Lo chef divide il mondo tra coloro che prendono e mangiano e tra coloro che nutrono.

È una metafora, neanche tanto velata, di scontro tra marxisti/comunisti e capitalisti. Lo chef, con il suo menù, vuole riequilibrare il mondo che lo ha condannato a essere un dio in terra, ma che gli ha fatto odiare il suo lavoro. Infatti, dice, “non amo più cucinare per qualcuno da secoli”.

La critica sociale del film è evidente. I ricchi farebbero qualsiasi cosa per ovviare alla noia, anche se questo comportasse una sorta di sacrificio personale. L’élite non guarda in faccia a nessuno e fagocita tutto quello che si trova davanti, che sia cibo, soldi o esseri umani.

Il film è anche un affondo alla palese bulimia di programmi di cucina di cui siamo inondati da anni, che elevano gli chef a dei e i loro aiutanti a schiavi, ai quali si può urlare in faccia qualsiasi cosa, insultandoli o umiliandoli.

Il film punta dritto al suo scopo, senza indulgere in buonismo o carità. Nonostante tutto, avrebbe potuto essere ancora più incisivo e coraggioso. Di questi tempi, però, un film così non si vede spesso, quindi rendiamo onore a chi lo ha scritto e a chi lo ha prodotto.

Gli attori, poi, Ralph Fiennes, lo chef; Anya Taylor-Joy, la ragazza, e Nicholas Hoult, il coprotagonista, sono eccezionali.

Infine, credo che il film si interroghi su una domanda. Perché vogliamo l’esclusività? Perché vogliamo essere privilegiati? Per pura noia o per individualismo egocentrico?

Agli spettatori l’ardua sentenza, come diceva quello.