Dall’infaticabile amico Claudio Cherin riceviamo la recensione del film Creature di Dio di S.Davis e A.R.Holmer. Eccola.
Le donne hanno una forza che agli uomini è permesso solo immaginare. Lo si capisce bene nella pellicola di Saela Davis e Anna Rose Holmer, Creature di Dio.
La vicenda si svolge in Irlanda, in un piccolo villaggio di pescatori, dove vive Aileen (Emily Watson), un’operaia in una fabbrica che lavora le ostriche pescate dagli uomini della zona. Oltre a lavorare Aileen è impegnata a occuparsi del suocero e del neonato di sua figlia, Erin. La vita della donna è spenta e intristita. Perché, come si scoprirà ad un certo punto, ad Aileen manca il figlio Brian (Paul Mescal di Normal People e Aftersun).
Quando Brian ritorna, Aileen finalmente sente che tutto sta andando dalla parte giusta. Il lavoro, la povertà a cui costringe il mare, oltre che il mercato del pesce, possono esser sopportati. Fin da subito Brian è intenzionato a riprendere l’attività di famiglia: coltivare le ostriche.
Di Brian si sa poco. Che cosa abbia fatto in Australia e perché si sia deciso a tornare rimane poco chiaro. Anche la sua vita prima della sua partenza, lo è. Amici e quant’altro non vengono raccontati. Brian è, sì, inserito nella comunità, al pub del villaggio tutti lo conoscono. Ma non ci sono veri amici che lo accolgono. Il rapporto con il padre è teso. Che sia stato il rapporto con quest’ultimo a farlo andare in Australia? Sta di fatto che la vita per Brian non è mai stata facile. Anche il coltivare le ostriche si rileva subito fallimentare: né la famiglia né lo stesso Brian hanno sufficiente denaro per comprare la materia prima con cui iniziare l’allevamento.
Così Brian spinge la madre a commettere un furto sul posto di lavoro e per questo madre e figlio si
scontrano con il padre Con. Brian cerca anche di mettersi in affari con i piccoli contrabbandieri del villaggio. Ma ben presto rimane fregato. Cosa che il padre di Brian capisce subito. Quanto sei restato pulito?, lo attacca il padre. Sei sempre lo stesso, gli dice alla fine di una discussione.
Brian non ha una sua vita indipendente: un po’ per i pochi mezzi, un po’ per i pochi mezzi che può offrire un villaggio sperduto nell’Irlanda. Così quello che fa è passare le sue serate al pub, con la madre. O con sedicenti amici. O gente che conosce da una vita. Brian ha forse il desiderio di arricchirsi velocemente e a qualsiasi costo, senza la giusta dose di fatica.
La vita della famiglia viene sconvolta dall’accusa, una mattina, quando un poliziotto si presenta alla porta della casa di Aileen: la polizia cerca Brian per interrogarlo. Su di lui pende una denuncia per stupro, denunciato dall’ex fidanzata Sarah (la Aisling Franciosi di The Nightingale), ora collega di Aileen alla fabbrica del pesce.
Quando la polizia la chiama a testimoniare, Aileen pur sapendo che Brian è stato tutta la notte fuori casa, sostiene l’innocenza e l’estraneità ai fatti di suo figlio. In questo modo Aileen segue i suoi sentimenti di madre, ma tradisce la sua moralità.
Nel cuore di una terra inospitale e bellissima, a volte cupa e spettrale, fatta di luce e di un mare mai benevolo, Aileen, pur di non compromettere se stessa per salvare ciò, a cui tiene di più: il suo rapporto tra una madre e figlio e l’amore incondizionato di una madre per un figlio. Ma questo incrina i rapporti con il mondo. Aileen salva Brian e perde tutto quello che ha intorno. Di lei dubitano le donne della fabbrica, la sua stessa figlia, il marito. Per loro e per tutti Brian ha commesso il fatto.
Non è chiaro il perché, forse neanche importante. Sta di fatto che tutti lo giudicano colpevole. Il motivo? La sua condotta precedente alla sua partenza in Australia. L’Australia, oltre ad essere terra di speranza, forse doveva essere luogo di espiazione, un luogo dove diventare un uomo migliore. Non ti sei persa molto, dice Brian alla madre riferendosi all’Australia. Aileen da caporeparto ritorna al nastro, per aver rubato le ostriche dalla fabbrica.
Il nonno, malato di demenza, ad un certo punto muore. Riunendo la famiglia e la comunità.
Sara, la ragazza che accusa Brian ed è mal considerata per quello che ha fatto (denunciare Brian) va al funerale: non fa le condoglianze a Aileen, sputa in faccia a Brian. È come se il mondo si sia capovolto, dice la donna al figlio. Il quale risponde con no, è sempre stato marcio.
C’è una scena in cui si riassume tutta la bravura della protagonista: quando si trova in cucina, guarda in macchina da lontano, intorno a lei tutto sembra più squallido di quello che non è ‒ la cucina, luogo generalmente di vita e di confusione ‒ e gli occhi di Aileen ‒ interpretata da una formidabile Emily Watson‒ sembrano chiedere scusa a se stessa, alle donne del paese, al mondo intero.
Dopo questa scena, in cui la donna vede il figlio sotto un’altra luce, che voleva a tutti i costi evitare, la vita sembra continuare.
Una mattina madre e figlio vanno alla spiaggia. Prendono la barca e arrivano alla concessione in cui allevano le ostriche. Madre e figlio parlano per la prima volta di quello che è stato: ovvero di Sara. Per te non significa nulla?, dice al figlio. Hai questa immagine di me?, risponde il figlio. Andiamo avanti e basta, gli risponde.
Aileen sale sulla barca, l’acqua della marea sta salendo. Lei rimane sulla barca, mentre il figlio non riesce a raggiungerla e muore.
Lo sguardo, tra misto di stupore e incredulità, dice tutto del dolore e della fatica che stanno al cuore di Creature di Dio: sono occhi di donna, stanchi e fieri, colmi di risentimento e di amore, interrogativi.
Il film è quasi tutto al femminile, ideato dalla produttrice Fodhla Cronin O’Reilly (originaria del Kerry, regione dell’Irlanda), sceneggiato da Shane Crowley e affidato alle registe Saela Davis e Anna Rose Holmer per dare a una vicenda drammatica sulla violenza di una società maschilista i toni di una tragedia greca. O semplicemente la storia di una sconfitta. Come ce ne sono molte nella storia dell’Irlanda, come diceva il Brad Pitt de L’ombra del diavolo di Alan J. Pakula.
In Creature di Dio la violenza degli uomini è di due tipi, strutturale e istintuale, come dimostrano l’ostracismo nei confronti di Sarah dopo la denuncia per stupro e l’incapacità di Brian di contenere il proprio istinto predatore, ma lo spirito di resistenza delle donne annega nel silenzio, nella paura o nella falsità di una parola falsa detta per salvare chi sta (letteralmente e idealmente) annegando.
Creature di Dio (titolo preso da una frase del film che recita: siamo tutte creature di Dio nella notte) germoglia dal profondo rapporto delle autrici con la loro terra. Con l’intento di mostrare, tramite l’isola, la forza distruttiva dei sentimenti umani.