Una nuova recensione di Claudio Cherin.
Plan 75 della giapponese Hayakawa Chie ‒ opera prima della regista nata a Tokyo, presentato a Cannes (Un Certain Regard) e, in Italia, al Festival di Torino e al Far East di Udine‒ si apre con immagini sfocate, una musica piana in sottofondo. Una donna affaticata si mostra di spalle. Una figura ansima e ha in mano un fucile. Tutto intorno la casa è in disordine. Forse, la figura con il fucile è un pazzo: dice che gli anziani sono molti e che pesano sul popolo giapponese. Si capisce subito che si è introdotto in casa della donna anziana e l’ha uccisa, prima di uccidersi a sua volta.
Questa prima scena che sembra scollegata al resto del film, in realtà, serve a dare un’idea di cosa sta succedendo in Giappone in un futuro non troppo lontano. Dove la natalità è in regresso e la longevità sta diventando un problema. Per cercare di frenare questa tendenza il Governo ha varato, pur senza un grande consenso, una legge che permette ad un Ente, di nome Plain 75, di assistere gli anziani, dai settantacinque anni in poi, nel trapasso volontario. A loro verranno dati dei soldi, la possibilità di fare una cremazione di gruppo, un’assistenza psicologica fino al giorno del trapasso.
In questo Giappone distopico si incrociano le vite di Michi, Hiromu, Yuko, Maria.
Michi ha settantotto anni. Lavora come inserviente presso un hotel, a casa vive in perfetta solitudine, ha qualche amica con cui cantare al karaoke, condividere dei pensieri e commenta la realtà e le difficoltà di un’età, la vecchiaia, che viene vista da tutti coloro che sono intorno come una colpa. L’esistenza di Michi è fatta di gesti ripetuti un giorno dopo l’altro. L’anziana donna fatica sempre di più ad andare avanti, anche perché è circondata da un ambiente ostile che la considera un peso improduttivo. (Cosa di cui si parla anche nel libro di Carl-Henning Wijkmark, La morte moderna, Iperborea, 2008).
Per molti, Michi sottrae lavoro ad altri, non partecipa in modo attivo all’economica del Giappone e rappresenta un costo per le generazioni future e più giovani. E se decidesse di farsi da parte, nessuno avrebbe da obiettare.
Le sue amiche sono convinte del modo in cui vogliono morire. Il programma dell’Ente sembra alle amiche adeguato. Convinte, come sono, di non voler dare fastidio alla collettività. Solo Michi sembra scettica. Passa la sera con un’altra amica malata d’artrite. Delicatissimo il fotogramma in cui Michi accarezza le mani deformate dell’amica.
Michi incontra Hiromu, una sera. È giunta dallo stand della Plain 75. Si sente sola, l’amica dalle mani deformate dall’artrite, dopo essersi rotta il femore, è stata uccisa forse da un uomo che si è introdotto nella sua casa.
Hiromu lavora come agente nell’Ente e si adopera, con gentilezza e professionalità, senza rendersi conto di cosa significhi veramente il lavoro che pratica. Gli anziani si siedono, danno delle informazioni, scelgono il modo di morire e se ne vanno. Cosa facciano dopo, come si sentano, è una cosa che non ha modo di vedere. È a lui che Michi si rivolge quando sceglie di firmare i moduli di Plan 75. Dopo un primo rifiuto.
Nell’Ente ci sono delle regole: non si possono seguire le pratiche di familiari anziani, non avere nessun rapporto di confidenza con i clienti.
L’idea ‒ che i sacrifici degli anziani renderanno il Giappone un luogo demograficamente migliore, nella quale Hiromu crede ‒ vacilla quando dal nulla nella sua stanza si presenta lo zio, un uomo vedovo, senza nessuno, di poche parole, talmente abituato alla solitudine da aver dimenticato la possibilità di un dialogo col prossimo.
Eppure un po’ per curiosità, un po’ per causalità la pratica di uno zio, il fratello di suo padre ‒ con il quale la famiglia ha interrotto i rapporti da anni ‒ gli passa tra le mani Hiromu non può fare che non solo avvicinarsi allo zio, ma prendere coscienza della crudeltà del progetto per cui lavora.
Altro personaggio del film è Yoko, l’impiegata in un call center con il compito di sostenere psicologicamente gli anziani che hanno aderito al progetto. Yoko parla più volte con Michi, che nel frattempo si è decisa, suo malgato, ad aderire nei meccanismi del progetto. Yoho risponde al telefono, aiuta chi sta percorrendo l’ultimo tratto di strada prima che la vita si interrompa. Tra le due avviene una strana alchimia. Le due donne si incontrano e passano del tempo insieme (cosa che se si sapesse porterebbe al licenziamento della ragazza). Michi decide di darle i soldi dell’Ente. E di portarla al bowling, luogo nel quale andava nei suoi giorni migliori.
Come Hiromu, anche Yoko capisce l’ingiusto meccanismo per cui lavora. Gli anziani sono persone con emozioni. E, ad un certo punto, suggerisce alla donna di potersi sottrarsi. Il contratto può scindersi senza alcuna penale da pagare. Ma Michi non sembra darle ascolto.
Maria, che proviene dalle Filippine, è un’amorevole operatrice socio-sanitaria in una casa di cura. È emigrata in un altro paese per aiutare la propria famiglia: ha una figlia che deve subire un intervento non solo molto delicato, ma anche molto costoso. Ruby, la figlia di cinque anni, infatti, è nata con una malattia cardiaca e ha bisogno di operarsi al più presto, altrimenti morirà. E così, anche la giovane assistente si unisce al più remunerativo Ente.
Il film si presenta come una storia distopica che descrive il declino etico di una società che stabilisce burocraticamente le regole dell’esistere e del non esistere. Le vicende intime di Michi, Hiromu e Yoko, Maria, però, raccontano soprattutto la solitudine che affligge chi ha cessato di avere una funzione, un compito produttivo. Questo film agghiacciante, rigoroso come un film che ricorda la Shoà, dalla fotografia nitida e dalla musica piana e delicata, permette una cosa: la speranza.
Proprio quando si è più vicini all’atto terribile di volersi dare la morte, nell’adesione a un brutale programma di sterminio, negli esseri umani riemerge la cura verso l’altro.