Nuova recensione di Claudio Cherin. Eccola.


Ritorno a Seoul, seconda pellicola del regista franco-cambogiano Davy Chou (Diamond Island l’esordio del 2016), racconta della venticinquenne Freddie ‒ nata in Corea del Sud, adottata da piccola da genitori francesi ed ora risiede a Parigi ‒ che invece di partire per Tokio decide, all’improvviso di partire per Seoul, in Corea del Sud.

Prima dell’adozione la ragazza si chiamava Yeon Hee. È nata dall’unione di un uomo umile, che ha fatto il pescatore, e da una donna di una certa ricchezza.

Una volta girovagato nella città, decide di andare al centro che, anni prima, aveva curato le pratiche della sua adozione. Inizia così per Freddie un doloroso viaggio nel cuore della propria storia. L’Ente si occuperà di mandare delle lettere ai genitori, che, una volta ricevute, potranno rispondere oppure no. Se alla terza lettera inviata i genitori non risponderanno, Freddie dovrà attendere almeno un anno, prima di poter ritentare.

Seoul a Freddie appare straniera e quasi ostile. Come le altre città o i villaggi che attraversa.

Spesso, si vede la ragazza fissa ad osservare ciò che accade nel mondo che la circonda, protetta e isolata dal finestrino di un’auto, dallo schermo di un computer o di uno smartphone. Per, poi, abbandonarsi a esplosioni di gioia, cariche di musica e adrenalina, dove i ritmi amplificati e le danze anestetizzano il suo dolore esistenziale.

Per rendere al meglio lo straniamento ‒ che pervade la pellicola ‒ Davy Chou si affida a sequenze spesso ambientate in locali poco illuminati e fumosi, in vie anguste e malfamate, ma anche in grandi strade piene di insegne luminose sfavillanti, ma allo stesso modo cupe.

Ritorno a Seoul è attraversato dalle dissonanze che si creano all’ascolto delle lingue articolate dai protagonisti: il francese di Freddie, il coreano, che le risulta ormai completamente incomprensibile, l’inglese che, conosciuto da tutti, facilita i dialoghi e i movimenti dell’anima.

Al termine di un lungo percorso della durata di otto anni, Freddie ritroverà entrambi i genitori che adesso vivono separati in città diverse. Prima il padre alcolizzato, che può contare sul supporto di una famiglia amorevole, poi, la madre persa nei suoi pensieri e lontana da tutti.

Freddie uscirà dal doppio incontro con una sensazione dolceamara. Stordita più dalla confessione che quella pratica era comune nella Corea del Sud dagli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta, che dalla vera situazione della sua famiglia biologica. Che spera soprattutto nel ramo paterno di riallacciare i rapporti. E non la finisce di giustificare l’adozione, come un fatto dettato dall’amore: solo così Freddie avrebbe potuto avere un futuro, che in Corea non le sarebbe stato concesso. Perché nata in una famiglia umile, perché ultima figlia, perché figlia nata al di fuori del matrimonio.

Tra gli anni cinquanta e gli anni ottanta, la Corea permetteva queste adozioni, per l’estrema povertà nella quale si trovava.

Ritorno a Seoul è presentato a Cannes nel 2022; è una pellicola che dei vuoti, su ciò che non si vede, sui silenzi della protagonista la sua forza.

In Ritorno a Seoul la musica è luogo d’incontro delle anime perse ‒ si sente Bach e musiche coreane moderne e contemporanee, ma anche lingua universale compresa e parlata da tutti. Nella sequenza finale, la melodia eseguita al pianoforte da Freddie rappresenta forse la sua vita che, fatti i conti con il passato, potrà guardare al futuro con maggior serenità.