Per chi non lo conoscesse Luiso Sturla è un pittore nato a Chiavari nel 1930, che ancora risiede e lavora nella casa di famiglia nei pressi del fiume Entella.
Qui su questo sito potete trovare già altri contributi che gli ho dedicato (una sua intervista o per Tra la Riviera e Milano)
La sua pittura è stata definita informale esistenziale, anche se nel corso della sua lunga carriera è ovvio che abbia prodotto anche opere diverse. Nella sua adesione al MAC (movimento arte concreta) degli anni cinquanta non c’era ovviamente posto né traccia di informale, quanto piuttosto di un astrattismo geometrico che fece la fortuna di alcuni in quegli anni (per esempio Radice, Soldati).
Quel che è certo è che a partire dagli anni ottanta le sue opere hanno assunto una riconoscibilità, un tratto, un comune sentire che fanno sì che possano essere facilmente identificate anche dal più profano dell’arte.
Gli elementi costitutivi sono la costruzione di uno spazio delimitato, entro il quale gli oggetti, quando e se rappresentati, vengono sorpresi e immortalati nella loro iconografia comune; uno spazio nel quale il colore (e in particolare l’azzurro) fluisce apparentemente senza peso.
A questo proposito Stefano Crespi nel presentare la mostra del giugno 99 Opere dal 1985 al 1999 scriveva: “Il primo periodo di questo percorso è centrato su una sigla di accento neoromantico, o di coscienza terminale, che trova la sua grammatica nell’azzurro. La problematica di un colore non si iscrive in dati sensoriali, empirici, nella corrispondenza mimetica dei sensi. Il colore è una pratica del linguaggio, appartenente a strati della pensabilità. L’azzurro, in una accezione quasi di postulato, evoca il cielo, il mare, l’orizzonte, il celeste, il notturno, la vertigine. Libera più esplicitamente i temi del desiderio, dell’eros, del sogno, della lontananza, della nostalgia.“
In realtà il ricorso all’azzurro, in tutte le sue declinazioni (ché Sturla non è pittore di “un colore”), è poi tornato prepotente dopo una breve stagione alla ricerca del bianco.
Quindi la tela viene spesso squadrata da una cornice pittorica entro la quale la danza del colore, azzurro, si esplica e accoglie, come dicevo, a tratti quegli eventi minimi che hanno attratto l’attenzione del pittore. Così diceva Roberto Senesi nel presentare Frammenti di Sturla, mostra antologica a Chiavari del 1985: “Non può stupire che il luogo degli eventi minimi e però lancinanti della pittura di Sturla sia in un’ambigua profondità dell’acqua o dell’aria, ai limiti dell’assenza, e contenga e conduca una sorta di estasi, di perdizione…”
O ancora Gianfranco Bruno per la mostra tenuta a Lugano nel 1989: “Così l’immagine attuale di Sturla appare impostata su di uno spazio dilatato e sfuggente, fatto di luce diffusa, e tenue materia.”
E per così dire termina Dino Molinari a supporto di una mostra del 1991: “Una citazione di Marino Marini – appesa nello studio, accanto al cavalletto – si traduce per il pittore in una dichiarazione di poetica: <<Considero profondamente artistica soltanto quell’opera che pure attingendo alla natura se ne astrae e la supera. Arte è anche allucinazione perfetta, tutte le verità della natura in tal modo si trasformano; la trasformazione e la interpretazione sono legge per gli artisti.>> Sturla si pone <dentro> il paesaggio, in una intima concezione di <far natura> che, in un certo senso, recupera in chiave di attualità la lezione romantica. La più recente ricerca di Sturla fa riferimento all’asserzione di Klee secondo cui la funzione non è quella di imitare la realtà, bensì di renderla visibile attraverso il filtro della mente e della fantasia.” (ndr: vedi la lezione di Turner)








