Da Claudio Cherin riceviamo una nuova recensione. Eccola.
Profeti di Alessio Cremonini è la storia di uno sguardo, di una solitudine e dello smarrimento di una giornalista che si ritrova prigioniera dell’Isis.
Il film inizia con l’occhio della telecamera che si avvicina sulla porta aperta di un bagno. Si vedono prima i piedi della protagonista, poi, la si vede seduta contro la vasca. Un lungo urlo di dolore la sconvolge, nell’animo e nel corpo. Da lì si passa rapidamente alla storia.
Ci si troviamo in Siria, nel 2015, Sara Canova è una giornalista italiana, che ha vissuto per un anno in Egitto, e si sta documentando per realizzare un servizio sulle donne che in Siria lottano contro l’Isis.
Sara fotografa con il cellulare quello che vede, intervista donne a cui sono stati uccisi brutalmente i figli, riprende le donne combattenti, posa lo sguardo su ciò che rimane della vita e della storia della città. Fa un errore, che non le verrà perdonato: filma e fotografa una chiesa cattolica distrutta e profanata. Prende con sé la Bibbia squadernata, gettata, con disprezzo da qualcuno, in angolo. Più che per rivendicare un diritto, per amore dei libri, come dirà ad un certo punto.
Una sera, al ritorno da una giornata di riprese, il pick-up, su cui viaggiano la donna, la guida e il cameraman, viene fermato e costretto a seguire un gruppo di muhajid, che li costringono a seguirli. Sara e i due uomini (di cui non si dice neanche il nome) vengono separati quasi subito. Agli uomini tocca la tortura, la sofferenza e un dolore che difficilmente potrà rimarginarsi. A Sara la detenzione in un campo di addestramento nel Califfato, nella casa di una donna.
Al centro del film c’è il bisogno di comprendere il contemporaneo, certo. Ma anche la storia della violenza. La violenza sul corpo che sia superficiale o nel profondo non ha importanza. Ma anche quella che viene perpetrata attraverso il silenzio e attraverso le parole. Sara Canova non subisce violenza fisica, ma la vede. È il silenzio, prima, e le parole, poi, la violenza a cui viene sottoposta.
L’occhio della telecamera (e di riflesso quello di Sara) non indugia mai sulle ferite o sui corpi martoriato, ne disegna la sofferenza. Quando lo fa, è per esprimere la disperazione e il vacillare della volontà e della forza della protagonista. Che, lentamente, perde le sue certezze e la sua forza.
Di Sara Canova sappiamo poco. Questo, che forse per la maggior parte degli spettatori è una mancanza, si rivela un punto di forza dell’opera di Alessio Cremonini. Il regista spoglia i protagonisti di tutto. Gradualmente i personaggi si trovano a perdere le certezze di una vita, la propria storia, l’identità.
Sara, alla fine di questo percorso, prima di essere segregata nella casa di Nur, diventa un ‘io spoglio’. Senza passato, senza futuro, con un presente fatto di istanti lenti, scanditi solo dal timer del forno, che la donna che la ospita usa per segnare lo scorrere del tempo.
È un volto spigoloso, quello di una matura Jasmine Trinca, una voce, un silenzio a cui si riduce la giornalista occidentale. È una forza al limite. Una volontà che deve resistere e cerca di resistere. Come resiste Stefano Cucchi nel film Sulla mia pelle, solo, nel suo dolore.
E i personaggi, che ruotano intorno a Sara, finiscono per essere solo voci distanti. La detenzione di Sara è destinata a durare diversi mesi, passando dalla prima linea del combattimento ad un campo, in cui dividerà l’alloggio con Nur, una giovane donna nata in Siria, ma cresciuta a Londra, e sposata (volontariamente) a un miliziano della Jjihad.
Sulla scena, ad un certo punto, ci sono solo loro: Sara e Nur. Due personaggi femminili molto forti, e le due interpreti ‒ Jasmine Trinca e l’italo-iraniana Isabella Nefar in quello di Nur ‒ si tengono testa a vicenda, e tengono testa allo sguardo dello spettatore.