L’amico archeologo Marco Bettelli qualche tempo fa mi ha segnalato Organicità e astrazione di Bianchi Bandinelli.
Il librino è del 1956 e nell’edizione originale della Feltrinelli ha 116 pagine in formato tascabile oltre a numerose riproduzioni in bianco e nero a corredo della tesi del suo autore. Il saggio è stato poi ristampato nel 2005 da Electa oltre che essere stato tradotto anche in tedesco e in spognolo. In ogni caso, entrambi le edizioni italiane sono esaurite e il libro è acquistabile solo usato.
Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900 – 1975) è stato un importante archeologo, professore di archeologia e storia dell’arte greca e romana in molte università italiane ed estere. Dal 1944 è stato iscritto al partito comunista italiano e per lunghi anni membro del Comitato Centrale del partito.
La filosofia della storia che sta alla base del saggio è di chiara impronta crociana. Bandinelli stesso nella prefazione scrive: “….si è dovuto chiarire in modo diverso dal tradizionale il rapporto fra la nostra cultura e l’arte della Grecia antica, non arte ‘idealistica’, ma arte della realtà, e toccare il problema della cosiddetta ‘decadenza della forma’ nel trapasso fra mondo antico e mondo medioevale.” Non esiste una idealità, ma una serie di forme strettamente collegate con le società che le proponevano. Tesi questa che letta oggi è di una banalità imbarazzante, ma che evidentemente nei primi decenni del secolo scorso doveva avere ancora qualche fascino.
Detto questo, Bandinelli sostiene che l’arte greca (con la sua derivata romana) si era progressivamente spogliata di ogni residuo irrealistico per giungere ad una rappresentazione sempre più vicina al reale (Bandinelli non usa ovviamente il termine ‘vero’). Era un’arte, la loro, libera da ogni orpello e da ogni sovrastruttura religiosa o metafisica, che, grazie alla studio e ad una tradizione artigiana secolare, era arrivata ad una splendida raffinatezza nella rappresentazione, appunto, del reale.
A questa tradizione Bandinelli oppone, con numerosi esempi di suppellettili e monete, una tradizione nord europea (celtica principalmente) nella quale gli elementi naturali vengono sublimati in forme più razionali e meno realistiche, generando una iconografia fortemente slegata dagli elementi naturali e quindi pronta ad assumere anche significati religiosi e spirituali.
Da queste radici, Bandinelli fa discendere una forte opposizione all’astrattismo, visto come espressione ultima di quella tradizione nord europea. A riprova di questa contaminazione irrazionale e spirituale che connota, a suo dire, l’astrattismo Bandinelli cita numerosi passi di Mondrian. Un passo significativo di Bandinelli è il seguente: “Coi suoi principi, quasi platonici, si potrebbe giustificare (in Mondrian ndr) il sorgere di una elevata espressione figurativa di tipo classico. Come mai essi si concretarono in quella sua forma astratta e devitalizzata? La spiegazione è nel carattere mistico della impostazione che il Mondrian dava ai suoi problemi, e nella ricerca, anche in questo caso, di una evasione: tale è il suo pudico rifuggire da ogni sensazione individuale prodotta dalla realtà della natura.”
E ancora, sempre citando Mondrian: “Verticali e orizzontali sono espressione di due forze opposte: la loro reciproca zione costituisce la vita. Queste affermazioni dell’artista ci richiamano direttamente al primitivo dualismo animistico dal quale sorse il geometrismo dell’età neolitica“
Ma il tema che sta maggiormente a cuore a Bandinelli è quello di come l’astrattismo sia una fuga, una evasione rispetto ad una realtà alienante. Ancora una volta cita Mondrian: ” La realtà ci appare tragica solo per il disequilibrio e la confusione delle sue apparenze; è la nostra visione soggettiva e determinata, che ci fa soffrire. La nostra visione ed esperienza soggettiva ci rende impossibile l’essere felici. Ma si può sfuggire (escape) alla tragica oppressione attraverso una chiara visione dell’effettiva realtà, che esiste, ma che è velata. Non potendo liberare noi stessi, possiamo liberare la nostra visione.” Così scrive Mondrian.
“Angoscia, dunque, e quindi evasione, come conseguenza dell’oppressione che grava sugli uomini nel mondo meccanizzato” conclude Bandinelli, che da bravo comunista termina con una scomunica ideologica: “una espressione, quindi, non accettabile per chi non cerca l’evasione da quel mondo, ma la sua trasformazione, e sa che tale trasformazione è possibile e accetta la condizione inerente a tale possibilità di trasformazione: cioé la lotta, tenace, paziente, lunga, che presuppone tutt’altre qualità, tutt’altro impegno che non l’impaziente e velleitario rivoluzionarismo degli anarcoidi. … Non può essere accettata la tendenza alla distruzione delle forme organiche e all’astrazione da chi rifiuta l’ideologia trascendentale e irrazionalistica che sta alla base di tale tendenza; da chi appartiene a un mondo che pone la ragione umana e la fiducia nella ragione umana e nella razionalità della storia alla base delle proprie azioni e della propria vita.”
Ora, a chiunque faccia arte oggi le tesi del Bandinelli appaiono bizzarre. Bandinelli non coglie quel che oggi è patrimonio comune. L’arte nel corso dei millenni ha sviluppato linguaggi, il cui scopo è sempre quello di rappresentare al meglio il reale. Questo è vero per tutte le tecniche e movimenti artistici, antichi, moderni o contemporanei.
Bandinelli affronta la materia utilizzando una logica che prescinde dalla stessa, commettendo così l’errore classico di chi analizza e giudica una realtà, un periodo storico o un ambiente sociale alla luce delle proprie categorie e non utilizzando quelle proprie dell’analizzato.
Se è vero, da un lato, che Mondrian operò in un periodo storico nel quale la razionalizzazione delle forme naturali e la loro rappresentazione stilizzata andava di pari passo con l’evoluzioni del mondo produttivo e commerciale, è altrettanto vero, dall’altro, che le sue riflessioni sono conseguenti a quelle svolte da Cezanne e parallele a quelle di Picasso e Braque. Tutti che fuggivano dalla lotta operaia o semplicemente facevano un altro mestiere?
In ogni caso per lunga pezza il librino di Bandinelli è prezioso e val la pena di essere letto. La sua conoscenza dell’arte neolitica e antica è tale da rendere quelle pagine di grande ricchezza e valore. Il suo salto alla condanna dell’astrattismo è a dir poco azzardato e soprattutto non confortato dalla analisi delle opere. Esso si basa, come abbiamo visto, sugli scritti teorici di Mondrian (e di Kankinskji), scritti che certamente in parte aiutano a capire quali ragionamenti essi abbiano svolto, ma che non esauriscono (anzi direi quasi che solo sfiorano) la complessità delle opere e del linguaggio che le opere stesse esemplificano.
In arte, come nella vita, non si deve abboccare alle finte e controfinte degli attori e dei mestieranti, ma tenere gli occhi ben fissi sulla palla, ovvero sulle opere e cosa in esse c’è o manca.