Scott Short, americano, del 1964, vive a Chicago e di lui, come di molti altri, in Italia si sarebbe saputo poco o nulla se non fosse che la neo galleria Black Box di Milano ne ha organizzato una personale con venti opere esposte.

Anche della galleria Black Box si sarebbe saputo poco o nulla se non fosse che i fondatori sono il giovane Cardi, rampollo della famiglia Cardi che gestisce altre tre gallerie a Milano e altrove, la giovane Berlusconi e la giovane Mondadori.

Tale nobile discendenza e la loro inevitabile bravura nel campo delle pubbliche relazioni hanno fatto sì che oggi il Corrierone nazionale nella parte stampata dedichi una pagina intera a questa mostra che partirà fra due giorni.

L’entrata in campo nel mondo dell’arte e delle gallerie per mezzo di due giovani e volenterose signorine di due delle maggiori famiglie italiane è sinceramente motivo di contentezza. Più c’è interesse e meglio è. D’altronde non ci voleva quest’ultimo episodio per confermarci che nel nostro bel paese il nome conta e che chiamarsi Pinco o Pallo fa la differenza tra l’esserci, l’esistere e il non esserci, tra la memoria e l’oblio. I nomi delle famiglie sono tornati ad essere marchi, così come un tempo e così come oggi la CocaCola o la Porsche?

Poco importa. Quel che importa è che Scott Short venga presentato insieme alla sua tecnica fotocopiatoria. E già perché il signor Scott, dice la velina di stampa ripresa e ripresa e ancora ripresa su più organi di stampa, parte dal fotocopiare enne volte un pezzo di carta colorato sul quale non è disegnato o dipinto o fotografato nulla. Solo carta colorata fotocopiata e fotocopiata, fino a quando si crea qualcosa, che so, la macchina si inceppa, il toner smette di essere bello vivace, le dita dell’artista, rese incandescenti dal processo di creazione artistico, non lasciano giù un qualcosa, un unto, una impronta, qualcosa. Allora il signor Scott la smette e proietta su tela il risultato, ne prende nota e poi lo dipinge ad olio, usando però sempre il bianco e il nero, con puntigliosa precisione.

Tutto questo che nelle modalità ricorda molto il fare artistico di Wahrol è, secondo alcuni, una meditata e profonda riflessione sulla riproducibilità dell’arte e sul fare arte in sé.

I risultati, perché questi dovrebbero contare, sono tele in bianco e nero ornate a volte da disegni casuali, da segni meccanici, più o meno ripetitivi.

Mi verrebbe da dire che forse sarebbe più interessante il processo contrario e cioé il dipingere un quadro, avendo qualcosa da dire o da dipingere, si intende, e poi fotocopiarlo a colori enne volte, fino a quando i colori cambiano drammaticamente dando risultati non previsti.

La riflessione sulla riproducibilità dell’arte iniziata, si ricorda, nel 1925 con il saggio di Benjamin certamente è uno dei temi che ogni artista oggi deve affrontare, così come lo affrontò, dicevo, Wahrol, col le sue trovate furbesche (o geniali a seconda da che parte uno lo guarda) del ritrarre personaggi famosi. Ma anche in quello, nel lavoro tecnicamente simile di Wahrol c’era di più, c’era una riflessione a tutto tondo sul nostro mondo, sui colori e i sapori della nostra contemporaneità, sulla pubblicità, sulle marche, sulla notorietà, tutte cose che qui, nel signor Scott, mi paiono assenti.

 

2321798315_ac6197299e_oQui quel che vedo è una nuova, se vogliamo, riflessione solo sulle tecniche che un artista può usare, una riflessione molto simile e vicina alla pittura analitica, alla pittura, pittura, a quel processo estraniato ed estraniante che portava a quadri monocromi, a variazioni di colore residuali, meccaniche. Il resto mi pare sia poca cosa.

esempio di pittura analitica
esempio di pittura analitica
scotto short
scott short