Da Stefano Piantini rubo L’opera Della Settimana. Théodore Géricault “La Zattera della Medusa” (1818 – 1819. 4,91 x 7,16 metri, oggi al Louvre): quando un dipinto diviene Metafora.

Siamo nel Romanticismo Storico Francese. Nel corso del 1816 un drammatico fatto di cronaca colpisce l’opinione pubblica, nonché il pittore, il naufragio della fregata “Medusa”. La vicenda è narrata da un ingegnere, Corréard, e da un chirurgo, Savigny, che la vivono in diretta. La nave si è arenata al largo del Senegal su un banco di sabbia. La missione era destinata alla struttura organizzativa delle colonie francesi. La tragedia viene strumentalizzata dalla opposizione bonapartista e repubblicana in chiave antimonarchica. I membri dell’equipaggio salgono sulla scialuppa, i passeggeri su una zattera costruita dall’ingegnere di cui sopra.

Per motivi rimasti misteriosi la scialuppa che traina la zattera taglia i cavi, la zattera va alla deriva; qui è lo scandalo. Gli zatterati, distrutti, vengono salvati due settimane dopo da una nave della spedizione.

Per la creazione dell’opera, l’artista affitta uno studio di grandi dimensioni e ci lavora due anni. Lo stile è eroico/romantico, la struttura geometrica è piramidale. Géricault fissa la scena al momento finale della tragedia, sul fondo a destra del dipinto si intravede la nave salvifica. A sinistra il padre tiene il corpo del figlio morto (iconografia classica di Achille che medita sul corpo di Patroclo) il realismo di questa scena si concentra sulle calze bianche del cadavere.

Lo stesso tema realistico, più estremo, lo ritroviamo nel corpo verdastro disteso, con la bocca spalancata, fluttuante nell’acqua, morto anch’esso (Ettore trascinato dal carro di Achille sotto le mura di Troia).

L’artista studia i cadaveri, i resti anatomici, veri, all’ospedale di Beaujon. Per dipingere il mare e le nuvole si reca sulla costa di Le Havre. Non realizza disegni preparatori e dipinge con pennelli di piccole dimensioni, usando i toni dell’ocra, delle terre, dei neri, del blu.

Conclude l’opera nell’estate del 1819 in tempo per il Salon. Il lavoro viene criticato per il cromatismo troppo brumoso e uniforme, per la novità compositiva di avere tenuto il centro della tela vuoto (i due gruppi di naufraghi, infatti, sono spostati lateralmente e così la vela) per i corpi troppo realistici.

Ma il vero colpo di teatro è lo slittamento drammatico rispetto ai due bozzetti preparatori, in cui la nave salvifica si vede perfettamente, vicina alla zattera. Nel dipinto è lontana, sul filo dell’orizzonte, quasi non si scorge, e a destra della chiatta una onda scura e minacciosa sta per travolgere i naufraghi, per sempre.

Nessuna Speranza. E la Zattera di Géricault, un dipinto eccezionale, diviene Metafora, attraverso la classica trasposizione simbolica da un termine proprio, la zattera, a uno figurato, la disperazione, il disastro.