Da Claudio Cherin riceviamo questa recensione del film A white, white day, vincitore della trentasettesima edizione del Torino Film Festival

“Ingimundur, il protagonista di A white, white day dell’islandese Hlynur Pálmason, è un uomo ferito. Un uomo colpito dalla vita, che cerca di sopravvivere al quotidiano come può. La bellezza rude dell’Islanda (luogo che fa da sfondo alla storia) non riesce a lenire in alcun modo il suo dolore. Anzi, si ha come la certezza che la bellezza del paesaggio, sulla quale il regista indugia molto, sia il modo più diretto per raccontare quanto sia profondo il baratro di dolore nel quale l’uomo è sprofondato subito dopo la morte della moglie.
Ingimundur evita di prendere congedo dalla donna morta, fa altro: riempie le giornate con lavori manuali, con la nipotina, con i colleghi di lavoro. Cerca, conforto nel silenzio, nei film di serie B (di cui si vedono stralci abbastanza ampi), nell’insulso chiacchiericcio quotidiano (si parla, ad un certo punto, di come togliere una macchina con il detersivo Vanish, ad esempio; cosa questa che gli sceneggiatori devono aver ripreso, senza dubbio, dal teatro di Harold Pintor).
La morte della moglie in un incidente è un suono sordo che sta sotto alla sua vita, al paesaggio, ai pensieri. Lo spettatore ci arriva lentamente. Solo attraverso flash di oggetti o di azioni. L’incidente e la moglie vengono, infatti, evocati dal regista a tratti, come se fossero postille, note a margine; sta allo spettatore ricostruire il fatto. Ma in modo essenziale, per non sviare l’attenzione dal vero tema del film: il lutto.
Nella prima parte della storia, Ingimundur è silenzioso, a tratti minaccioso, pronto a colpire alla ricerca di una vendetta più autodistruttiva che catartica. Ingimundur è innocuo, soccombe alla rabbia, al dolore che lacera tutto quello che gli sta intorno, come i ghiacciai hanno fatto con il paesaggio islandese.
Quando la figlia consegna al padre una scatola con quello che rimane della vita della moglie, Ingimundur cambia: la rabbia si fa violenza. Scoperto il tradimento della moglie, ne rimane ossessionato, tanto da voler rapire l’amante della moglie più per chiedergli spiegazioni che per fargli del male. Il sequestro dell’uomo è solo l’apice della rabbia che si è trasformata in violenza: prima di rapire l’uomo, Ingimurdur ha distrutto la stanza dove fa terapia da remoto, ha lottato e messo in cella i suoi colleghi che vogliono avere delle spiegazioni sull’improvviso atto d’ira (la scena della lotta con i due colleghi sembra uscita più da una pagina dello scrittore Laxness, per la dose di humor e di irrealtà, tutta islandese, che non da un film d’azione).
Lasciato libero l’amante della moglie, che ha trovato una via di fuga, dopo qualche giorno, i due si rincontrano: l’amante della moglie, in un impeto di rabbia, ferisce Ingimundur al braccio, mentre quest’ultimo è in macchina con la nipotina.
Raggiungere una strada bloccata da una frana, per scappare all’amante della moglie, e l’inoltrarsi di Ingimundur e della nipotina, si rivela catartico: è questo che permette a Ingimundur di gridare contro il suo dolore, a indirizzare la sua rabbia verso la morte della moglie. E piange, per la prima volta. Questo evento lo porterà a ridisegnare l’ombra della scomparsa e a ‘riassaporarne il quotidiano’. Riappacificandosi con la morte, con la moglie morta e, soprattutto, con la vita.
Il racconto è lineare, ma crea una suspense ipnotica, facendo affiorare frammenti della tragedia, come fossero parte di una memoria inconsapevole. L’uso dei lunghi piani, in cui lo sterminato paesaggio islandese ha un ruolo dominante, le studiate reiterazioni, che allungano e comprimono le sequenze, permettono di rappresentare il disagio emotivo del protagonista (essenziale è la scelta dell’attore principale, il ‘burbero’ Ingvar Sigurðsson).
Ma A white, white day è anche una filologia amara e senza pietà del lutto. I piani sequenza del personaggio, i frammenti di discorsi, i rari (se non inesistenti) primi piani sul viso o sugli occhi del protagonista, l’uso delle riprese dalle telecamere della stradale e di vecchi filmini, girati dalla moglie, rigorosamente in bianco e nero e senza sonoro, sono funzionali alla narrazione. Il regista islandese descrive il ‘lutto trasparente’, perché non accettato, senza fare di Ingimundur una vittima. L’unico conforto al lutto sembrano le luci lunghe islandesi o il buio profondo che si posa nella casa.
Pálmason si serve anche della letteratura: la nebbia che avvolge la storia sembra quella inquietante e pericolosa di Sotto il ghiacciaio, romanzo di Laxness, Nobel per la letteratura; mentre la storia horror che il nonno racconta alla nipotina, ad un certo punto, sembra una delle favole nere così presenti nel folklore islandese, che hanno ispirato il film Lamb di Vladimar Jòhannsson (2022). Ancora: Pálmason riesce a dare forma alle parole di Yehoshua, che, nel romanzo Cinque stagioni, racconta di un uomo in lutto. Di cui uno spettatore attento sente l’eco, pur consapevole che si tratta di due storie lontane e diverse. Per l’intensità delle sue opere, per le sue commistioni con la letteratura il regista islandese, va ricordato, non solo ha ottenuto la menzione al festival di Locarno nel 2017, per Vinterbrødre, ma anche i riconoscimenti più recenti (proprio con il film A white, white day) al 37° Torino Film Festival, e agli European Film Awards. Poi, c’è il territorio islandese, che dà, con i suoi scorci e la sua luce, il suo vuoto e la sua erosione, la giusta risonanza al cuore spezzato di un uomo.”