Anche nel film Santa Lucia di Marco Chiappetta (2021) qui presentato c’è un ritorno a Napoli come in Nostalgia di Martone (2022). Ecco la nuova recensione di Claudio Cherin.
S’intitola Santa Lucia, il film di Marco Chiappetta, e racconta la storia di Roberto (Renato Carpentieri), che ritorna a Santa Lucia, la città dei ricordi, dopo quasi quarant’anni in Argentina. A Buenos Aires si è costruito una nuova vita, ed è diventato uno scrittore. Il ritorno di Roberto è dovuto dalla morte della madre, questo lo costringe ad affrontare il passato, le persone dalle quale aveva preso le distanze. Il suo tempo sta per finire. Roberto è anche cieco. E il registra, per questo, soprappone la Santa Lucia immaginata e ricordata a quella percepita dal protagonista.
Insieme al fratello Lorenzo (Andrea Renzi), musicista mancato, intraprende un viaggio nella memoria della città della sua infanzia e giovinezza, che non può più vedere, ma solo percepire attraverso i sensi che gli restano, i ricordi e l’immaginazione, alla ricerca del doloroso motivo che lo ha spinto ad abbandonare la sua città.
Non posso aver paura di casa mia, dice alla fine del film Roberto. Del resto, come ha detto Lorenzo al fratello: è sempre meglio vivere perché ci sono momenti di felicità che fanno dimenticare, per un attimo, tutti i dolori vissuti. Ma Roberto è bloccato. È chiuso in un labirinto, come il personaggio del suo libro migliore, che ha cercato per tutta la vita qualcosa e, alla fine, quando si è trovato di fronte al mare ha finito per diventare anche lui cieco.
Il passato obbliga anche a fare i conti col futuro, fatto di un presente chi fa aprire gli occhi, quegli stessi occhi che possono essere bugiardi, ma che aiutano a non pensare a chi non c’è più e a vedere chi c’è, finché si è in tempo. Roberto, una volta tornato, non può più esimersi da questa responsabilità che per troppo tempo ha rimandato. Tu non sei cieco, tu non vuoi proprio vedere, gli dice solenne il fratello Lorenzo. E ora, che veramente non vede più, i ricordi riaffiorano e non gli danno pace, facendogli capire che è meglio immaginare il mondo che vedere le cose così come sono.
Ma Santa Lucia, oltre ad essere un luogo, è anche una protettrice e una pietra, che la madre del protagonista regala a Roberto, per proteggerlo. Questi elementi sono intrecciati e collegati non casualmente e aiutano lo spettatore (e il protagonista stesso) a ricostruire, tramite la mappa dei ricordi, un percorso tutto personale in una Napoli inedita e spettrale, con un mare luccicante che lo rende mercurio. Santa Lucia è anche una storia di un animaletto che rimane attaccata alla conchiglia fino a quando non muore.
Questo film è anche un film sulla geografia e l’intimità delle case. Roberto afferma che la geografia della casa lui l’ha tenuta in mente per tutti questi anni. Non solo perché quella è casa sua, ma perché di quella casa, quel quartiere, quei vicoli di città, Roberto ha avuto paura per troppo tempo, tanto che il fratello gli chiede a più a più riprese: perché te ne sei andato e non sei più tornato? Senza che Roberto gli risponda mai sul serio. Tornare sarebbe stato dolore; vedere la lapide di suo fratello, la vecchiaia della madre era qualcosa che voleva e, a tutti gli effetti ha, evitato per una vita intera.
Consapevole di questo, Marco Chiappetta gioca sulle immagini. Utilizza le immagini soprapponendole, usando chiazze di colore, sia perché vuole creare un effetto di spaesamento nello spettatore, sia perché Roberto è cieco, sia perché le immagini sono parte della memoria.
Le immagini, all’inizio, sono sfocate, come è sfocata la vista ormai assente del protagonista: nella sequenza iniziale Marco Chiappetta racconta, tramite Roberto, la sensazione di non vedere più nulla, attraverso delle macchie di colore che si spandono sullo schermo che riempiono l’obiettivo senza forma e definizione. Più avanti le immagini diventano più nitide ma sono sempre sfocate, forse deformate: perché sono fatte di memoria.
La città, al centro di questa storia, è Napoli. Il regista sceglie di presentarla in una versione inedita e senza tempo, quasi onirica e crepuscolare, una città apparentemente deserta. («Il mio obiettivo e quello dello scenografo Lino Fiorito era di non raccontare la solita Napoli né un quartiere che ha perso la sua identità, ma cercare posti che fossero inediti per il cinema e per gli stessi napoletani. Così non ci sono scene col Vesuvio né i vicoletti coi panni stesi ad asciugare ma una città che è luogo della memoria, uno stato d’animo», ha dichiarato il regista a Il Corriere della sera Mezzogiorno). E nostalgica («Sì ‒ afferma Marco Chiappetta nella stessa intervista ‒ questo filone nostalgico mi ha sempre ossessionato nella cinematografia. I miei film della formazione sono Il segreto dei suoi occhi su cui feci la tesi a Parigi, dell’argentino Juan José Campanella; C’era una volta in America di Sergio Leone; Nuovo cinema Paradiso di Tornatore; The Tree of Life di Terrence Malick; Il posto delle fragole di Ingmar Bergman e il Re Leone , il primo film che ho visto al cinema»).

È una Napoli diversa e lontana come i ricordi di un passato. Gli occhi di Roberto, durante tutto il film rivedono quella Napoli mai dimenticata e quelle persone lasciate in angoli remoti del cuore, mai più incontrate. Immagini interiori, insomma, correlativi oggettivi della memoria che vengono interiorizzate e fino a mutarne i lineamenti del paesaggio e le strade che erano familiari. La città del film non è mai «un luogo reale ma immaginato e filtrato attraverso la nostalgia e il sogno. Napoli rappresenta anche le radici che, come accade per gli alberi, ti legano in maniera naturale alla tua terra ma possono anche trasformarsi in catene costringendoti a restare là, immobile».
L’atmosfera è, nella prima parte, tesa e severa, come se tutto si fosse fermato e si dovesse ricostruire senza più elementi umani. La morte della madre mette nella condizione di affrontare i fantasmi del passato.
I due luoghi così lontani, Napoli e Argentina, presentano elementi comuni che però, solo ora, nella sua città, lo fanno sentire veramente a casa come, forse, non si è mai sentito: avevo dimenticato l’odore del mare perché ogni mare ha il suo buon odore, dice Roberto. E così, una volta tornato, ammette che quella lontananza fu il suo esilio anziché la sua salvezza. Lontano da Napoli nessuno sa che ha un fratello, né la moglie né i figli, è un segreto, come lo è tutto quel pezzo di passato che tiene nascosto anche a se stesso. Solo lui è portatore di tutto quel bagaglio pesante ma necessario.
E così sulle note di Concierto de Aranjuez (intonate e suonate alla chitarra da suo fratello), seduto in poltrona, davanti al libro mai finito Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, e vagando per i vicoli di quella Napoli immaginata, Roberto e Lorenzo si confrontano sul passato e sul futuro, non pensando ci sia un vero e proprio presente: a Roberto piace il passato perché sta lì, fermo immobile, e non mi può fare del male, dice ad un certo punto. Il futuro invece è sempre in agguato, mi mette pressione. Quel futuro è ormai diventato un oggi, che obbliga Roberto ad incontrarlo, a indagarlo e decidere come accettarlo.
«Sono sempre stato interessato ad altre epoche, nei film che ho visto e amato veramente», ha dichiarato il regista. Se il film è colmo di nostalgia, è perché questa «è la mia ossessione quotidiana è la nostalgia: il passato non può fare del male, il presente e il futuro rappresentano minacce più forti. Nel film ho voluto raccontare l’incompiutezza del passato. Qualcuno potrebbe dirmi che sono nato vecchio», sostiene il regista.
Giogiò Franchini per il montaggio, Lino Fiorito per le scene, Daghi Rondanini per il suono, Costanza Boccardi per il casting, ai quali si aggiungono due fra i migliori talenti dell’ormai ricchissimo panorama creativo del cinema in Campania, la costumista Giovanna Napolitano e il direttore della fotografia Antonio Grambone.
Santa Lucia, il film di Marco Chiappetta è stato presentato al Torino Film Festival nella sezione Fuori Concorso ha vinto il premio come miglior film all’Edera Film di Treviso.