Ieri sera alla ricerca anche della frescura della aria condizionata siamo andati a vedere Nostalgia di Martone, tratto dall’omonimo romanzo di Ermanno Rea. Bel film.

Bel film nonostante abbia una costruzione non comune. Il film, infatti, è stato costruito come una piece teatrale in due quadri (una volta si sarebbe parlato di “tempi”) ben distinti, quadri che non hanno altro collegamento tra loro se non tre elementi: il ritmo del racconto, il protagonista e la città.

Nel primo quadro c’è il ritorno del protagonista dalla madre che non vedeva da quarant’anni. E’ stata la moglie a spingerlo al ritorno, la bella moglie che lo attende di ritorno nel loro bell’appartamento al Cairo. Felice Lasco torna e ritrova con la madre i colori, le voci, i rumori della città. Per un non napoletano come me viene spontaneo scrivere che ritrova Napoli. Leggo nelle interviste al regista che in realtà non ritrova Napoli, ma “solo” il quartiere La Sanità, quartiere che è una casbah, vicoli, salite, strapiombi, mare lontano. La Sanità, dice Martone, è una realtà a sé, un enclave, fatta di gente che abita quel luogo e che ne viene abitata. Qui, all’interno di questa prima parte, campeggia la lunga scena del bagno cui il protagonista costringe la madre ottuagenaria: lui l’aiuta, la spoglia, la solleva e la posa nella tinozza, le lava la schiena e i capelli e lei, tra le lacrime, si fa accudire come lei accudiva lui bambino. Magnifica. Commovente. Sontuosa.

Nel secondo quadro, morta la madre, c’è la ricerca della amicizia. Prima di lasciare La Sanità Felice aveva un amico del cuore, già allora un mezzo delinquente, che con gli anni è diventato il boss della Sanità: droga, prostituzione, pizzo. Ma era il suo migliore amico, era il suo amico del cuore, con quella relazione al limite della omossessualità che solo nella prima adolescenza può nascere e consolidarsi. Tutti gli dicono di lasciar stare, di non provarci, che Oreste, questo il nome dell’amico, è solo ora un’anima persa e pericolosa. Ancor più pericolosa per chi, come Felice, ne conosce e condivide un segreto. Lui non desiste e lo vuole incontrare. E finisce come deve finire.

Il filo che unisce le due parti, i due quadri, come dicevo è il ritmo costante del racconto, un ritmo lento da basso continuo e, soprattutto, è il rione e la sua gente, le facce, gli uomini e le donne affacciate alle finestre. Qualsiasi passo il protagonista compia c’è qualcuno che guarda. Tutti che sanno tutto di tutti, ma nessuno che parla e dice se non il parroco di Santa Maria, che negli anni ha fatto della parrocchia un centro dove i ragazzi possono fare sport, imparare musica, ballare, stare insieme. (Colpisce chi abbia frequentato gli oratori del nord che lo sport praticato in parrocchia, non sia il calcio o la pallavolo, ma il pugilato, segno che là fuori bisogna sapersi difendere. Anche Muhammad Alì, che viveva nei sobborghi di Louisville, aveva iniziato così: una scuola di pugilato per non prenderle. Così evidentemente fanno i ragazzi della Sanità).

Mentre la prima parte è un monologo interiore di poche e scarne parole, oscillante tra l’arabo imparato da Felice nella sua nuova vita e il napoletano della sua infanzia, la seconda diventa un dialogo con la gente, con padre Luigi, con Oreste. A tratti si ha l’impressione che Felice sia ad un bivio tra il male e il bene, ma in realtà non c’è nessun bivio, ma solo, nostalgia e, per un poco, parole. Poi al termine i fatti.

E’ il secondo film in breve tempo che ricorda e descrive Napoli dopo E’ stata la mano di Dio di Sorrentino, ma mentre là c’era una Napoli borghese, qui c’è una Napoli da strada, da vicoli, da piccoli artigiani, botteghe. La visione a breve distanza dei due dà idea della complessità dei problemi amministrativi e politici che Napoli si trova a gestire, ma questa è un’altra storia che meriterebbe un discorso a sé fatto da chi più se ne intende. Colpisce che entrambi i protagonisti dei due film per farsi una vita abbiano dovuto andare via da Napoli. Per inciso in Nostalgia sentiamo anche un messaggino politico quando un’amica di famiglia si lamenta che a Napoli non ci sia più lavoro, che quarant’anni fa si lavorava magari in nero, ma si lavorava, mentre oggi il lavoro se ne andato altrove e lì, a Napoli, non è rimasto più niente.

Tornando a Nostalgia dicevo all’inizio “bel film”. Non lo definirei un capolavoro, ma certamente un film che merita di essere visto (e magari rivisto). Dolente e sentito, partecipe. Bello.