Confesso: fino a qualche giorno fa quel che avevo visto di Raffaello non mi aveva entusiasmato.

Ne avevo ammirato la perfezione tecnica, le accurate proporzioni, la solidità dell’impianto e la forza intellettuale dimostrata nella Scuola di Atene e nel Matrimonio della Vergine, ma, ma tutto mi era sembrato troppo freddo, distante, intellettuale.

Poi, qualche giorno fa, essendo riuscito finalmente a visitare Palazzo Barberini in via Quattro Fontane a Roma, ho visto la Fornarina e ne sono rimasto folgorato.

Come molti sanno la ragazza ritratta era l’amore di Raffaello, tanto che il suo ritratto, la Fornarina, appunto, non usci mai dalla camera da letto di Raffaello fino alla sua morte.

Ecco in quel ritratto l’amore e la passione, la stessa trattenuta e nascosta nelle altre opere dell’urbinate, emerge con evidenza. Tre particolari colpiscono: la solidità delle carni, l’ambiguità della bellezza della ragazza, il mirto dello sfondo.

Il corpo e le braccia della Fornarina hanno una densità mai raggiunta che io sappia in quegli anni (1520). Il bianco si aggrigia lievemente sulla spalla sinistra a definirne l’ombra e si rischiara in un debole rosa sui capezzoli e sulle labbra. La calma e la naturalezza della posa rimandano l’ambiguità del sorriso e alla fermezza dello sguardo.

La Fornarina aveva quella che oggi definiremmo una bellezza moderna, quelle bellezze sostenute più dal carattere che dalla leggiadria delle proporzioni. Il viso non è ovale, il naso è troppo lungo e forse un poco incurvato, gli occhi scuri sono aiutati nella loro espressività e vivacità da una certa esuberanza nelle proporzioni. Eppure la Fornarina è bella, conturbante. Ammalia. Fissa il visitatore e gli sorride complice.

Tutto questo reso ancora più brillante nell’oscurità dello sfondo costituito da un bosco di mirto, bosco nel quale a fatica si distinguono foglie e fronde. Il bianco quindi si scontra con un indefinito verde scuro che a sua volta travalica nel buio della notte. In questo le fotografie presenti in rete non fanno giustizia della forza di questo contrasto.

Bellissimo. Uno di quei quadri (e grazie a Dio ce ne è tanti) che vale biglietto e viaggio e al confronto del quale il bel Caravaggio presente sempre a palazzo Barberini un poco (poco) sfigura.

ps: leggo in rete che alcuni critici hanno rilevato una somiglianza nella modella della Fornarina e della Velata. A me francamente non pare. Certamente da un punto strettamente tecnico i due quadri hanno il medesimo impianto, ma le modelle mi paiono diverse, con quella della Velata che pare più consona ad un qualche cartone di bottega, piuttosto che ad un vero ritratto. Questo accostamento critico mi ha fatto sorgere un dubbio indimostrabile, di grande fascino intellettuale, ma che appunto rimane pura e semplice fantasia. Il dubbio é: può essere che Goya nel suo soggiorno romano abbia visto entrambi i quadri e se ne sia ricordato quando mokti anni dopo dipinse le due Maya? Boh alla prossima