Sto leggendo questo libro, che la mia amica Anita mi ha gentilmente regalato,  che raccoglie una serie di conversazioni tra questi due signori avvenute in vari momenti e luoghi.

Come noto Baremboim è pianista e direttore di orchestra. Said è stato (1935-2003) un professore di letteratura inglese e letteratura comparata alla Columbia University.

Nel discutere di musica (il libro parla a varie riprese anche di politica mediorientale), Baremboim mi pare esprima con una certa ricorrenza e ripetitività due concetti, entrambi interessanti, anche se in parte contradditori.

Il primo è quello della udibilità del suono, della sua trasparenza.

Ovviamente questo tema è a me molto caro, io che sono per una poesia e una letteratura che abbandoni definitivamente le oscurità del primo novecento e trovi nella chiarezza una sua prima ed irrinunciabile chiave espressiva.

La seconda è quella che individua nel tentativo (riuscito) di coniugare e unire gli estremi l’essenza stessa dell’arte melodica e dell’arte in generale.

Se con questo il Maestro intendeva indicare come ad un estremo debba stare la facilità di comprensione e all’altro la profondità del pensiero non posso che essere d’accordo.

In realtà lui, Baremboim, parla soprattutto di musica, esaltando la capacità di accostare pianissimi a fortissimi, senza vergogna e senza compromessi, con l’unico vincolo, appunto, della udibilità.

Un’ultima notazione: giustamente nel corso delle discussioni si annota come la musica non esista se non suonata. Chi ha scritto musica, l’ha fatto solo per dare, come dire, una traccia per il suono, ma la partitura, dice chiaramente il Maestro, non è la musica, la quale esiste solo quando viene prodotta.

Allo stessa maniera, mi chiedo, un quadro esiste solo quando è visto? E le infinite sensazioni, gradevoli o sgradevoli, che un’opera d’arte può provocare e normalmente provoca sono esse sole ARTE?

Chi guarda un quadro esercita un privilegio interpretativo, esattamente come un direttore d’orchestra o, ancora meglio, un musicista?

Il quadro è solo un pretesto, una traccia, per esprimere la pittura che ognuno di noi ha dentro di sè?

Daniela Baremboim, Edward W. Said, Paralleli e Paradossi, Il Saggiatore, 2004