Preannunciato e consigliato da critica e pubblico ho fatto il mio dovere sociale e sono andato a vedere Martin Eden. Non avevo letto niente, né libro, nè critica, nè segnalazioni sui giornali, se non, appunto, dei premi. Essendo un film tratto da un romanzo di London mi aspettavo mare, america, proletariato, storie dure di uomini e cose.

Mi sono travato davanti un inizio in marcato accento romanesco che poco più in là si tramuta in dialetto napoletano.

L’unica nave che si vede è quella dove il protagonista all’inizio del film porta la bella che lo ha corteggiato a cogliere il frutto dell’amore.

Poi si precipita in ambientazioni da soap opera, spesso recitate, appunto, in dialetto napoletano con incerti sottotitoli in italiano.

Forse si è capito che non mi è piaciuto, o, meglio, non l’ho capito. Perché quelle ambientazioni tutte laccate, con la luce giusta e mai un accento neanche vagamente neorealista, per una vicenda per larga parte ambientata tra la povera gente e quasi sempre parlata in dialetto? Perché questo ondeggiare nel tempo con una azione che inizia nell’ottocento o primi novecento, prelude ad un finale con le Volvo anni ottanta e finisce con i balilla in spiaggia?

Si vuole intendere che è un dramma sempieterno? Come le tragedie greche? Che quelle avevano bisogno di passare da quarto al quinto secolo per sottolineare la costanza di certe dinamiche umane?

Anche il molto elogiato inno alla cultura come unico rimedio alla povertà e mezzo principe per l’emancipazione sociale termina con un protagonista che si suicida, dopo essersi elevato ed emancipato.

Altro stridore di freni: un napoletano illeterato che nonostante tutti gli dicano di studiare la grammatica si mette a leggere Spencer, grande filosofo americano, che peraltro pubblicò le sue opere intorno al 1860 e qui si pretende che a inizio secolo siano già acquistabili usate da un rigattiere napoletano. E le capisce anche. Per il personaggio del libro cosa evidentemente verosimile, visto il clamore che suscitarono in patria, ma con l’oceano di mezzo? Ancora oggi a sapere chi è Spencer è una ridotta minoranza. Lì ne fanno argomento di discussione a cena.

Visto che lo si è voluto portare a Napoli, non si poteva seguire l’insegnamento di Ionesco quando disse che la traduzione di Parigi è la capitale della Francia è Roma è la capitale di Italia e quindi trovare nella cultura italiana dell’epoca l’analogo rendendo credibile l’azione?

Insomma una operazione molto di maniera, che mischia filmati d’epoca, reperti televisivi e soprattutto recitazione televisiva. Non vale il biglietto.

Post scriptum: e poi, notazione sociale: tutte le regioni e le città italiane hanno un loro preciso e puntuale dialetto. Nessuna si ostina a proporre film e commedie proposte a livello nazionale recitate nel loro specifico idioma. L’unica, infatti, che continua imperterrita a voler addomesticare il resto della nazione a quei suoni è Napoli, neanche la Campania, Benevento, Avellino o Caserta, ma proprio Napoli, con un senso di dignità e orgoglio da capitale decaduta evidentemente a loro dire ingiustamente. Forse che non si capisce che fotografarla così, renderla così, come oggi indubbiamente è, autorizza ed emancipa coloro che si rifiutano di studiare l’italiano, elevano un dialetto a lingua nazionale sottolineando quindi una diversità che ovviamente nel vivere comune non c’è se non per l’incuria e la stolidità di una classe politica attuale e precedente che nulla ha fatto e fece per bonificare i bassi, per rendere quelle abitazioni umane, per dare luce continua alle strade cittadine, per impedire comportamenti spesso oltre le norme del codice della strada.