Più che un saggio specifico sull’arte o sulla pittura è un ragionamento più generale sulla nostra società e sulla nostra cultura.

Fin dalle prime pagine infatti si legge: “I miei riferimenti sulla condizione moderna dell’arte (…) sono poco numerosi: vanno da Baudelaire e le sue riflessione sulla modernità, a Benjamin e l’analisi dell’opera d’arte e la sua riproducibilità tecnica, fino a McLuhan e la sua pragmatica elettronica dell’immagine e a Andy Warhol e la sua pratica ultramediatica dell’arte, e direi la sua <> – o eutanasia dell’arte attraverso se stessa.” E ancora: “Non abitando il segreto della storia dell’arte, non praticando alcuna critica d’arte, non mi pronuncio su alcuna performance individuale o movimento collettivo. Non mi chiedo come si produce arte e valore estetico…..”

E infine: “Ciò che mi interessa è che questa logica della produzione di valore (e di plusvalore) sia contemporanea al processo inverso, quello della sparizione dell’arte; che più ci sono valori sul mercato meno c’è la possibilità di giudizio (e di piacere) estetico; che questa logica della sparizione è esattamente e proporzionalmente inversa a quella della produzione di cultura – in breve, che il grado Xerox della cultura, quello della sua proliferazione assoluta, corrisponde al grado zero dell’arte, quello del suo vanishing point e della sua simulazione assoluta.“

Stante così le cose, secondo Baudrillard, allora “l’arte non deve cercare la propria salvezza in un disconoscimento critico (…), ma rincarare la dose sull’astrazione formale e feticizzata della merce, sulla fantasmagoria del valore di scambio – diventare più merce della merce”

Quindi da questo punto di vista sparire come produzione individuale.

Ingenuamente sento in queste parole (sottolineo il verbo sentire) il disincanto dell’intellettuale di fronte alla società di massa, un grido ‘da muoia Sansone e tutti i filistei’, o, detto altrimenti, un suicidio rituale di fronte alla impossibilità del proprio riconoscimento sociale.

Non c’è dubbio che l’imponenza delle produzioni e dello scambio renda complicato (se non impossibile) la determinazione di un valore economico riconosciuto che non riesce a definirsi (in realtà non può) in relazione agli infiniti concorrenti.

Ma non c’è altrettanto dubbio che per quanto discusso dalla sua riproducibilità tecnica, l’unicum comunque esiste e in quanto tale ha la sua precisa funzione nel circolo culturale attuale.

La produzione artistica è una produzione necessitata, libera da vincoli economici, disponibile sul mercato in quantità individualmente scarse, ma collettivamente infinite: queste caratteristiche non ne definiscono il valore, che come per ogni opera d’arte è definito dal suo stesso canone interno, dalla sua coerenza, dalla capacità di rispettarne ed innovarne al tempo stesso il linguaggio.

L’arte da questo punto di vista non è sparita, ma può essere soltanto mistificata o riprodotta industrialmente e questo processo di moltiplicazione non solo non ne azzera il piacere estetico, ma ne esalta le possibilità di fruizione e di riconoscimento. La diffusione della copia iniziò secoli fa come un mezzuccio per garantire all’unicum quel maggior valore economico necessario all’uomo di bottega al suo mantenimento. Gli olandesi ne furono maestri. Tale diffusione, però, nulla toglie o aggiunge al piacere estetico, o estatico, dell’osservazione fisica (tattile, olfattiva e visionaria) dell’originale.