A suo tempo non l’avevo visto. Non mi attraeva, come non mi attraggono, le storie centrate sull’omosessualità, convinto, come sono, che le predilezioni sessuali, l’identità sessuale, sia, come dire, un carattere secondario della persona. Un po’ come il colore degli occhi, dei capelli.

Capisco il senso di frustrazione e di ribellione, l’importanza di rivendicare una propria normalità, ma dato che mi paiono quel che sono, mi annoiano un po’.

Fatto sta che il celebrato Chiamami non l’avevo visto.

Questa lunga excusatio non petita sta già da sola a dire che mi sbagliavo. Il film ha i suoi meriti che stanno, non tanto nell’ennesimo racconto d’una formazione identitaria, quanto nel proclama, nel manifesto, direi, di cosa dovrebbe essere un genitore. I protagonisti forti del film, quelli che reggono l’impalcatura, sono la madre e il padre di Elio, il turbato, turbabile, sensibile ragazzo.

Confesso a voi fratelli che non credo sarei stato cosi: eppure riconosco che una coppia debba essere aperta, disponibile, comprensibile e compresa.

Il rapporto col padre rimane per tutto il tempo il ritmo profondo, il basso continuo, lui che conduce, che benignamente dispensa, lui che viene contraddetto e sconfitto da quello che fin lì non e’ ancora l’oggetto del desiderio e che forse proprio da quel momento lo diventa.

Lento, spesso troppo insistito, troppo Visconti per essere vero, il film si fa apprezzare per tutto quello che gli ruota intorno.

Merita un viaggio veloce da Netflix.