Ci sono libri che attraggono. Colpi di fulmine. Di Barnes non sapevo nulla. Probabilmente la qualità della riproduzione in sovracoperta (Fantin-Latour) mi ha attratto. Non so. Comunque stavolta soldi ben spesi.

Il libro è strutturato in brevi saggi tra il biografico e il critico su autori principalmente francesi.

Nel capitolo dedicato a Delacroix leggo dell’ostilita’ tra lui e Ingres, l’uno difensore del disegno (Ingres), l’altro del colore.

Pare che Ingres ad una cena comune l’abbia apostrofato: “il disegno, signore, è onestà! Il disegno è onore!”

L’altro nel suo diario annotava: “so benissimo che questa qualità di colorista è più uno svantaggio che una raccomandazione… credono che un colorista non si preoccupi che del lato basso e in certo modo terrestre della pittura: che un bel disegno sia molto più bello se accompagnato da un colore sporco e che il colore serva solo a distrarre l’attenzione, la quale deve dirigersi verso qualità più sublimi che fanno facilmente a meno del prestigio del colore.”

L’impressionismo fece vincere il colore. Non definitivamente. Il cubismo, certa pittura tedesca, Kline, Pollock, Capogrossi segnarono la riscossa del segno. L’attuale ritorno al neorealismo, ma non c’è dubbio che impostare la storia della pittura sul dualismo segno e colore sia un po’ come interpretare il gioco del calcio tra difensivisti e offensivisti: puerile.

In pittura, come in musica, ritmo e melodia devono trovare equilibrio e forza reciproca.