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E’ probabile per chiunque legga la Vita Nuova senza pregiudizi che il testo sia una mescolanza tra biografia e allegoria; ma una mescolanza realizzata con un metodo non accessibile alla mente moderna. Quando dico “mente moderna” intendo le menti di coloro i quali hanno letto o potrebbero aver letto la Confessioni di Rousseau. La mente moderna può comprendere la “confessione”, che è il racconto letterale di se stesso, con vari gradi di sincerità e di autocomprensione e che può essere compresa in via allegorica in astratto. Al giorno d’oggi le confessioni, con un destino insignificante, si prendono dai giornali; tutti met son coer à nu, o pretendono di averlo fatto e le personalità si succedono una all’altra nell’interesse generale. E’ difficile concepire un’epoca (o molte epoche) quando gli essere umani si preoccupavano della salvezza dell’anima, ma non di se stessi come personalità. Ora Dante, credo, ebbe esperienze che gli sembrarono di qualche importanza; non perché capitate a lui o a perché lui, Dante Alighieri, era una persona importante che tenne occupati gli uffici della censura; ma importanti in sé e che quindi gli sembrarono possedere un qualche valore filosofico e impersonale. Trovo in questo un tipo particolare di esperienza: quella che ha una esperienza fattuale (l’esperienza di una confessione in senso moderno) e una esperienza intellettuale e fantastica (l’esperienza di un pensiero e l’esperienza di un sogno) come proprio materiale e che quindi divenne di un terzo tipo. A me sembra importante comprendere il semplice fatto ch la Vita Nuova non è né una “confessione”, nè una indiscrezione in senso moderno, e non è neppure una sorta di pezzo di tappezzeria Pre-Raffaelita. Se hai il senso della realtà intellettuale e spirituale che Dante aveva, allora una forma di espressione come la Vita Nuova non può essere classificata né come “verità” né come “finzione”.

In primo luogo, il tipo di esperienza che Dante descrive come accadutagli all’età di nove anni è senza dubbio impossibile o unica. La mia perplessità (che mi è stata confermata da un illustre psicologo) è se possa essere vissuta così tardi cioé all’età di nove anni. Lo psicologo era d’accordo con me che è più probabile che possa accadere all’età di cinque o sei anni. E’ possibile che Dante si sia sviluppato piuttosto tardi ed è anche possibile che abbia alterato le date per dare qualche altro significato connesso al numero nove. Ma mi sembra ovvio che la Vita Nuova possa essere stata scritta solo intorno ad una esperienza personale. Se è così, i dettagli poco importano, che la dama fosse la Portinari o no non mi interessa; ed è assolutamente probabile che lei fosse uno schermo per qualcun altro, anche per una persona il cui nome Dante potrebbe aver dimenticato o neppure conosciuto. Ma non posso credere che ciò che avvenne ad altri possa essere accaduto a Dante con la stessa intensità.

La stessa esperienza, descritta in termini freudiani, potrebbe essere accettata istantaneamente dal pubblico moderno. E’ solo che Dante, molto ragionevolmente, arrivò a diverse conclusioni e usò altre espressioni, che fanno sorgere incredulità. E siamo portati a pensare, come Remy de Garmont, ancora una volta portato erroneamente dai suoi pregiudizi in una attitudine e in un pensiero pedante – che se un autore come Dante segua con coscienza una forma di visione che ha una lunga storia, questo prova che la sua storia è una semplice allegoria (in senso moderno) oppure una menzogna. Trovo che c’è una maggiore differenza nella sensibilità tra la Vita Nuova e lo Sheppard di Hermas di quella che Garmont notò. Non è una semplice differenza tra ciò che è genuino che ciò che non lo è; è una differenza nella mentalità tra un umile autore della prima epoca cristiana e il poeta dl tredicesimo secolo, forse ancora maggiore di quanto non ci sia tra quest’ultimo e noi. Le somiglianze potrebbero provare che una certa abitudine nell’immaginario onirico può persistere attraverso i molti cambiamenti nella civilizzazione. Gourmont vorrebbe dire che Dante ha preso a prestito; ma questo significa imporre il proprio modo di vedere al tredicesimo secolo. Suggerisco soltanto che è possibile che Dante, nel suo tempo e luogo, stesse seguendo qualcosa di più essenziale di una mera tradizione letteraria.

La propensione di Dante alla esperienza fondamentale della Vita Nuova può essere solo capita abituandoci a trovare significato nelle cause finali piuttosto che in quelle originarie. Non è stata pensata, credo, come una descrizione di ciò che egli provò consciamente nell’incontro con Beatrice, ma piuttosto come una descrizione di ciò che aveva pensato dopo una riflessione matura su quello stesso episodio. La causa finale è l’attrazione verso Dio. Molti sentimenti sono stati distinti, specialmente nel diciottesimo e nel diciannovesimo secolo, nell’idealizzare il reciproco sentire che sorge nelle relazioni reciproche tra un uomo e una donna, tanto da spingere molti scettici a denunciarne gli eccessi: se si ignora il fatto che l’amore degli uomini e delle donne (o di un uomo per un uomo) è spiegato e reso ragionevole solo da un amore più alto, questo sentimento è semplicemente una copula di animali.

Entriamo nell’ipotesi che Dante, meditando sullo stupore di una esperienza a quella età, che nessuna altra esperienza successiva ha annullato o superato, abbia trovato significati che non è probabile noi si possa trovare da soli. Il suo punto di vista è quindi ragionevole quanto il nostro; e ha solo prolungato l’esperienza in una diversa direzione da quella che noi, con diverse abiti mentali e pregiudizi, è probabile avremmo preso.