Ho appena finito di leggere il primo dei due racconti di Stefan Zweig editi da Adelphi col titolo Storia di una Caduta.

E’ la storia dell’ultimo anno di vita della Madame de Prie, esiliata dalla corte francese in Normandia, dove al termine di un anno terribile si suicida. Pensieri, depressione, voglia di riscatto, risentimento, paura, terrore, tutto è descritto con la consueta precisione da Zweig.

Ignorante di storia patria, figuriamoci di quella altrui, ho letto il racconto come esclusivamente il parto della fantasia di Zweig, e laddove lo scrittore riferiva dei ricordi della protagonista come della “regina” di Francia interpretavo queste note come esempi creati ad arte dallo scrittore per illustrare una mente ormai disturbata.

Fatto sta che dopo qualche ora un dubbio mi è sorto e sono andato a controllare: Madame de Prie (o marchesa de Prie) è esistita realmente, è stata effettivamente esiliata al termine di una lotta di potere interna alla corte francese e dopo un anno di esilio è effettivamente morta. L’oracolo Wikipedia non dice se per suicidio o meno, ma questo poco importa.

Quel che importa è che inevitabilmente questo approfondimento ha posto il racconto di Zweig sotto una luce diversa.

Inevitabilmente?

Perché se una storia è tratta dalla “vita vera” assume un altro sapore?

Specie in questi ultimi tempi avrete notato siamo invasi da romanzi, film, racconti i cui sottotitoli sono “tratto da una storia vera”, quasi che tutto ciò che è frutto della sola fantasia e memoria e immaginazione di un autore fosse per definizione “non vera”. Eppure è evidente che qualsiasi cosa uno possa immaginare e scrivere il riferimento non può che essere alla sua vita vera, a ciò che ha visto e sentito, ai racconti che ha letto, alle esperienze che ha fatto, ad una vita “vera”, appunto, tanto quanto quella di un personaggio cui il libro, romanzo o racconto, si riferisse. Eppure….

Mia moglie dice che dipende dal fatto che da un’opera di fantasia ti aspetti e tolleri senza meraviglia ogni incoerenza, ogni sorpresa, ogni evento per quanto improbabile, mentre se lo stesso accade in un racconto ispirato ad una “storia vera” ecco che l’imprevisto o l’improbabile meraviglia, commuove, stupisce, emoziona maggiormente.

O forse perché sapendo che quel personaggio è davvero vissuto e ha subito quel che l’autore racconta (qui la fiducia nell’onestà dell’arte raggiunge il livello massimo) scatta una simpatia umana che non ha luogo se il personaggio è Marcel, Leopold, Ulrich o Pierre Bezuchov?

Personalmente io trovo personaggi più simpatici di altri, mentre per alcuni non scatta la scintilla, più o meno esattamente come mi capita quando incontro qualcuno per la prima volta che inesorabilmente viene iscritto nel registro dei simpatici o degli antipatici a seconda di quel che capita nei brevi momenti del primo incontro. Con i personaggi dei libri è diverso: lì la simpatia di norma scatta più lentamente, man mano che la psicologia ne viene descritta e man mano che a quella psicologia seguono atti coerenti, incoerenti, pazzi, sensati o noiosi.

Questa per me è l’unica differenza, a favore quindi della letteratura, ma resta il fatto che anche per il sottoscritto scoprire che un certo racconto, come quello di Zweig, fa riferimento ad avvenimenti effettivamente accaduti un po’ cambia il retrogusto della narrazione. Ex post.

E quindi? Chissà chi lo sa?