Da qualche giorno è mancato Antonio Perilli. Tutti i principali quotidiani italiani ne hanno dato notizia ricordando la sua indefessa attività di pittore e di, come dire, operatore culturale.

Infatti oltre a dipingere e a tenere innumerevoli personali un po’ ovunque in occidente e non solo, Perilli, insieme ai pittori che negli anni sessanta gravitavano su Roma (primo fra tutti Dorazio), ha fondato movimenti artistici, gallerie d’arte e persino una libreria.

Personalità quindi esplosiva, si direbbe.

Dal punto di vista pittorico, che è quello che qui importa, la sua è stata una pittura di colore e geometria, per certi versi simile, invero, a quella di Dorazio, ma, mentre quest’ultimo, cogliendo la natura fluida del colore, lo ha declinato in quelle che la matematica e la topologia definiscono strisce o nastri, Perilli è rimasto agganciato alla fisicità impalpabile delle figure geometriche tradizionali, utilizzando, quindi, il colore come elemento decorativo di quelle stesse figure.

La sua è stata quello che Contini avrebbe definito una lunga fedeltà: negli anni certo la tavolozza è in parte cambiata, ma l’impostazione di base, l’idea originaria è rimasta, da quel che si vede su internet la stessa.

Per quel che mi riguarda trovo che l’approccio di Dorazio e i risultati raggiunti siano di altra dimensione rispetto a quelli ottenuti dal Perilli, proprio per una fluidità e una dolcezza all’approccio pittorico che in Perilli fatico a ritrovare.