Finalmente una mostra ben fatta: qualità delle opere e qualità delle schede informative l’una all’altezza dell’altra. Davvero ben fatto. Complimenti.

All’inizio ero dubbioso. Monet, Picasso, Kandinski, Manet, sempre i soliti: cosa possono dirci di più. Mi sbagliavo.

In mostra di Monet c’è tutto quello che serve a farsi una idea precisa, articolata, documentata del suo lavoro.

Monet impressionista, si dice. Riduttivo. Monet è al centro dell’evoluzione pittorica successiva. Nessuno che faccia pittura può prescindere dal farci i conti. Non per nulla una delle sale si intitola Monet e l’astrattismo, ma un’altra avrebbe potuto chiamarsi Monet e l’informale e un’altra ancora Monet e il concettuale, Monet e il materico, Monet il paesaggista, Monet il colorista.

Come molti pittori borghesi Monet prescinde dal soggetto: per lui quel che vede è occasione per riflettere sul vedere e sul riprodurre. Marine, paesaggi e il suo adorato giardino, il ponte, gli alberi, le ninfee sono pretesti per concentrarsi sulla pittura in sé. Una pennellata veloce, grassa, si alterna allo sfumato seguendo quel che l’occhio impone.

Dello stesso soggetto troviamo anche in mostra numerose opere, quasi copie l’una dell’altra, così come di un altro maestro del novecento, Cezanne, esistono numerose Montagne di Saint Victoire, tutte simili tra loro.

La scusa dell’ora e della luce che cambia gli permette di concentrarsi su ciò che vede con una maniacalità che dà conto degli immensi risultati ottenuti.

Le ninfee del 1916/1919, quadro ad olio di 130×152, commuove fino alle lacrime. Guardandolo, osservandolo, il parlottio degli altri visitatori cede al silenzio. Dalla tela emerge con chiarezza la calma e la maestosità sottile della natura.

Insomma, non so se è chiaro, ma vale assolutamente il biglietto.