Che le arti, genericamente e complessivamente intese, siano forme di linguaggio è una banalità.

Meno banale chiedersi quanti e quali e con grado di parentela o derivazione siano oggi i linguaggi delle arti.

Concentrandomi sulla pittura che è l’arte che conosco meglio, i numerosi linguaggi che popolano gallerie e studi derivano quasi tutti dell’antica, ormai, e stucchevole suddivisione tra figurativo ed astratto. Un certo tipo d’arte sfugge a questa dicotomia e deriva da quella invenzione linguistica che fu il dadà.

L’impostazione linguistica dà atto e modo di giustificare e comprendere tutte quelle miscellanee che sfumano le derivazioni rigorose e scivolano l’una nel territorio dell’altra.

Quando si nota che molti figurativi hanno elementi astratti e viceversa o che i materici abbiano impianti formali dell’una o dell’altra lingua, si nota soltanto come in territori contigui la lingua si mescola, si imbastardisce creando ancora una volta nuove lingue e dialetti.

Una cosa stupisce: la permanenza e la vivacità dell’approccio linguistico figurativo. Esso, è evidente, deriva dai presupposti raffigurativi presenti fin dall’antichità e attraversando i secoli è giunto, con aggiunte, scoperte, rimaneggiamenti, fino a noi. Tanto è vero che oggi esiste e gode di ottima salute una pittura i cui presupposti linguistici, i lemmi, le strutture grammaticali sono sostanzialmente gli stessi di Rubens, Tiziano, Rembrandt.

Quasi che il figurativo contenga un elemento linguistico primogenio che ne renda immediata la comprensione.

È così? È questa la sua forza? La semplicità apparente della sua grammatica ed ortografia?

Probabilmente sì. Millenni di uso di questo linguaggio ne fanno la lingua comune dell’umano. E se è così, gli altri linguaggi e il piacere che se ne trae hanno a che fare con la curiosità esotica, con un certo grado di raffinatezza estetica che può apparire superficiale o profonda a seconda dell’umore di chi guarda?

Ai posteri l’ardua sentenza.