Gita domenicale al tempio della Bicocca per tornare a vedere Kiefer, ma soprattutto per scoprire cosa ti ha combinato Cattelan.

Uso non a caso la parola “tempio” perché l’hangar Bicocca della Pirelli con i suoi spazi enormi, poco illuminati e indivisi si propone indubbiamente come un luogo di meditazione e di contemplazione dei misteri gloriosi dell’arte contemporanea. Non è così, per esempio, Rivoli che pure è dedicato alla stessa materia o la Cittadellarte di Pistoletto a Biella. Qui l’enormità dello spazio e la sua scarsa illuminazione causano corto circuiti sia in chi lo frequenti da spettatore che negli artisti chiamati di volta in volta a riempirne il vuoto.

Non si spiega altrimenti la dimensione gigantesca dei palazzi celesti di Kiefer e delle sue tele e, nel caso di Cattelan, la dimensione della sua ultima installazione.

Ma torniamo al motivo della nostra gita e quindi a Cattelan.

La mostra ha titolo Breath Ghosts Blind e si articola in tre momenti corrispondenti a queste tre parole.

Si parte con un uomo, un barbone, che dorme sdraiato per terra in compagnia del suo cane. Pur essendo evidentemente un uomo, egli indossa una tunica che lo ricopre fino ai piedi. Ricordo di un’epoca antica? Confusione tra i sessi? Perchè non di coperta si tratta, ma di una tunica leggera. I due dormono, pare. Sono due sculture in marmo bianco di Carrara che brillano nel buio soffuso. L’uomo dorme? l’umanità dorme? Respira, ma dorme? È in attesa del risveglio? È prezioso il suo sonno. Oppure sono morti e quelle sono le statue da porre di fronte all’urna?

Oltre, la lunga navata si illumina debolmente man mano che si avanza, fino a che si nota che tutt’attorno, sopra ogni elemento dell’architettura del luogo, migliaia di uccelli imbalsamati che ci osservano. Il riferimento ad Hitchcock è palese, ma al contrario del film qui, data la rigidità di quegli osservatori, il sentimento che se ne prova è più di oppressione che di paura. In basso le sagome degli spettatori entrano a far parte della scenografia, sottolineandone il vuoto, il silenzio, l’oppressione.

Poi si entra finalmente in un luogo illuminato, un silos, ben più alto delle già alte navate precedenti, al centro del quale Cattelan ha installato una scultura enorme, nera, completamente nera, che raffigura una delle torri gemelle trafitta in alto dalla sagoma di un aereo nero anch’esso. La scultura è gigantesca e l’aereo lassù in cima pare, più che un pericolo, un equilibrista. Anche in questo caso la dimensione degli spettatori fa emergere meglio l’assurdità delle dimensioni del grattacielo e dell’aereo.

Umanità che dorme, natura che ci osserva, disastro delle piramidi contemporanee, riflessione amara su un destino per il quale non si vede soluzioni, a meno che uomo e cane finalmente non si sveglino o tornino dal regno dei morti.

Vale la pena? Posto che l’ingresso è gratuito, vale la pena se si è nello spirito di farsi contaminare da un’opera (Cattelan ha esplicitamente detto che i tre momenti fanno parte di un unico percorso) che comunque, come sempre nei lavoro del Veneto, inquieta e pone domande. Se, invece, avete le risposte o ne cercate in ambiti diversi dall’arte contemporanea, allora rispsrmiatevi il viaggio.