Ieri sera ho voluto fortissimamente andare a vedere La stranezza di Roberto Andò, di cui ricordo sempre con piacere Viva la libertà del 2013.

Ne sono uscito combattuto. Per prima cosa essendo il film notoriamente una storia su Pirandello con Servillo protagonista nei panni del genio di Girgenti mi aspettavo molto più Servillo/Pirandello di quel che poi ho trovato. Pirandello è testimone quasi sempre muto di ciò che accade, parla poco o punto, ha poche battute in copione e la recitazione servilliana si gioca più sulle espressioni del viso e rari sorrisi che sul testo.

Per seconda il film è largamente recitato in dialetto siciliano sottotitolato. E’ vero: siamo a Girgenti nel 1920 tra la povera gente e quindi questo canone espressivo è pressoché obbligatorio per un certo rigorismo filologico, anche se ricordiamo tonnellate di film o testi teatrali resi in lingua nazionale locale senza che questo abbia suscitato scandalo (che so: che lingua parlavano in famiglia Rocco e i suoi fratelli? non credo proprio l’italiano scelto per la loro recitazione, eppure nessuno ovvio osa dubitare che quello sia un capolavoro o che Visconti non fosse un ossessivamente rigoroso). Il siciliano de La stranezza è un siciliano vero, tosto, non la lingua inventata da Camilleri e di conseguenza, pur padroneggiando ormai quest’ultima, in questo caso è giocoforza seguire tutti i dialoghi con gli occhi incollati ai sottostanti testi più che alle espressioni e alle scene recitate. Faticoso e poco piacevole.

Per terza… non c’è una terza. Superati quei due ostacoli il film è piacevole e le vicende comiche di Nofrio e Bastiano, becchini di mestiere e attori per passione (un Ficarra e Picone di notevole livello attoriale), coinvolgono e divertono. Sullo sfondo delle loro vicissitudini Pirandello/Servillo osserva e rimugina sulla propria temporanea crisi creativa per poi trovare lo spunto per inventarsi Sei personaggi in cerca di autore, testo di cui il film rievoca (e recita in parte) la prima sfortunata recita al teatro Valle di Roma.

A questo proposito ovviamente Andò non propone relazioni di causa ed effetto tra ciò che Nofrio e Bastiano vivono e recitano e la creazione dei Sei personaggi, se non molto lateralmente il tumultuoso irrompere dei drammi della vita in teatro e sul palcoscenico cui Pirandello assiste. Non è questo ciò che credo interessi Andò, quanto l’esprimere il proprio amore viscerale per il teatro, per le sue fisime (per esempio “merda, merda, merda” pare che debbano dire gli attori dietro le scene prima di iniziare la recita), per le sue dinamiche, le prove, i ritmi e le pause. In questo il film è ineccepibile e partecipe.

La trama risuona di alcune novelle pirandelliane passate sotto la lente di Camilleri. Le vicende narrate e il teatro come essenziale centro cittadino ricordano, per scanzonata ironia, Il birraio di Preston (1995) del Camilleri non ancora diventato eroe nazionale. Di Sciascia, invece, omaggiato al termine nei titoli di cosa, confesso forse per ignoranza di non aver sentito profumo (anche se è noto che Andò deve tutto a Sciascia che primo ne scoprì il talento)

In sintesi, film ben fatto e piacevole, posto che si abbia la voglia e la pazienza di superare l’indubbio ostacolo linguistico. Non un capolavoro, ma un onesto e appassionato omaggio alla Sicilia e al genio indiscutibile di Pirandello.