E’ sabato. Per rilassarsi un po’ si fa un giro per gallerie. Quantomeno virtualmente.

La Fabbrica Eos sta in Piazzale Baiamonti, zona Paolo Sarpi, tra Corso Garibaldi e il Cimitero Monumentale.

Leggo che l’ha fondata nel 1987 il sig. Pedrazzini, come gallerie di tendenza, con grande attenzione ai giovani artisti e alle commistioni tra i diversi generi artistici (pittura, scultura, musica, design, moda, ecc. ecc.)

Tra gli artisti rappresentati diverte Maurizio Cariati con la sua gioventù spiata da dietro una porta, ragazzi che suonano per i più svariati motivi, nasoni, occhioni, che la juta deformata rende anche in chiave tridimensionale.

Commuovono le scale di Chiarezza. Stupiscono e affascinano le tecniche di Miglierina che stampa sul legno belle immagini pulite di rose e corpi umani.

Nell’insieme si conferma l’assoluto abbandono pittorico dell’astrazione se non nella chiave analitica di Massimo Soldati. Sono quadri e composizioni destinati a ritrarre una umanità dolente, strana, ai limite del mostruoso, quasi che la normalità di noi borghesi, di quelli che si alzano la mattina e vanno al lavoro, di quelli che lavorano al catasto, in banca (come me) o in normali uffici e attività imprenditoriali o professionali non interessi, non sia di tendenza, giovane, vivace. E forse è così, forse il mondo degli agiati sta per finire o è finito e questi giovani artisti raffigurano quello che vedono, corpi distorti, personalità sfuggenti, disagio fisico e morale evidente.

Colpisce e conferma da questo punto di vista che “La divina tentazione” di Andrea Riga, acrilico su tela, sia l’opera della collezione che si qualifica come premiata in non so quale competizione, lei, la tela, che ritrae con esattezza maniacale (osservare la mani e le unghie per credere) una giovane donna, né brutta, né bella seduta su un letto che sta per dare un morso ad un fungo evidentemente velenoso, tanto, che le macchie che scandiscono la superficie del fungo si sono già estese anche a parte del viso della ragazza.

Disagio.

E anche laddove la pittura torna ad essere prepotentemente tale, come in Alberto Leoni, ecco che la pennellata espressionista, lunga, liquida, sensuale, di tinge di blu, blu intenso e scopre deformati primi piani di particolari, piedi, occhi: ancora disagio.

L’unico neo è che alle volte si avverte una certa qual volontà di stupire, di attrarre comunque l’attenzione dell’occhio, di scioccare, di colpire al corpo grosso di chi guarda, frantumargli lo stomaco, il fegato, ma non con la potenza della disperazione, quanto con la furbizia e il mestiere di chi conosce i propri polli.

In ogni caso una galleria che merita una Messa.