Domenica nel primo pomeriggio siamo andati a vedere questa mostra alla Triennale di Milano.

 

forgèSi tratta di una iniziativa della Fondazione Francesca Rava a sostegno della associazione onlus N.P.H. (nuestros pequenos hermanos), la quale si occupa di orfanatrofi e in generale di iniziative volte a ridurre ed alleviare il disagio dell’infanzia e dell’adolescenza.

Ma al di là degli scopi, nobili, della mostra, trattando io qui di arte, mi si scuserà se dico che quel che conta sono i risultati artistici ed essi sono mirabolanti, bellissimi, stupefacenti.

Quindi chi ha tempo e modo si affretti. Sono, infatti,  gli ultimi giorni e tutto, o quasi tutto, è stato già venduto, ma vale assolutamente la pena. I ferri battuti, per dir così (in realtà si tratta di latta battuta), sono una meraviglia. Splendono alla luce delle alogene e illuminano a loro volta una fantasia e una sapienza artigianale certamente presente anche presso i nostri artigiani, ma che lì è più fresca, ingenua, sorprendente.forge1

 

Le fotografie, al contrario, a me sono parse un po’ deludenti, specialmente quelle ipertecnologiche di Stephenson, stampate come sono su lamine di alluminio e con queste figure sfuggenti, queste apparizioni, quasi che Haiti sia più un posto di ricordi e di fantasmi che di vita vera, sofferta, povera, ma vera.

Esse, le fotografie, però nulla tolgono, come dicevo, al piatto forte dell’esposizione: il Fer Forgé.

Che, se vogliamo, è anche l’ennesima lezione di creatività della vera arte povera, non quella pensata e realizzata nei salotti delle città occidentali, ma fatta là, dove la fame e la povertà non riescono a sopprimere (anzi, alimentano) il gusto del fare, dell’immaginare, del sognare e del realizzare.

Vale la gita.