Lo dicono tutti i giornali: a Milano è iniziata la settimana del design, grande punto di forza della nostra economia e del nostro sapere.

Noi pittori e, in generale, chi si occupa di arte e comunicazione dovremmo riflettere su questa scuola che cerca di unire invenzione e utilità, stupore a riconoscibilità, disegno a facilità d’uso e, con parola orribile, ergonomia.

I nostri quadri dovrebbero essere così? Coniugare novità a comprensibilità? Innovazione nel linguaggio e sua semplicità, trasparenza?

Da sempre sostengo che la semplicità, la comprensibilità dell’opera d’arte sia uno dei massimi valori cui tendere oggi, specie in scrittura, ma anche in pittura. Semplicità che non significa banalità, ma che deve voler dire intima comprensione della cosa da rappresentare per poterne cogliere ciò che la rende immediatamente riconoscibile agli altri.

Mio padre mi raccontava spesso di un suo professore di fisica dell’università che diceva sempre che se uno le cose le sa, le sa sul serio, deve riuscire a spiegarle anche in dialetto. Anche in una lingua che non ha i termini o che ne ha solo di simili.

Il design ci ricorda tutto questo? Ci ricorda che per rappresentare un oggetto, per rappresentarlo al meglio, per renderlo nuovo e al contempo intimamente se stesso, tutt’uno con il suo uso, bisogna comprenderlo intimamente e lavorarci su all’infinito, disegnando e disegnando (più idee che forme, più sostanza che forma)