Durante le feste visti due film che più diversi non potevano essere: Miracolo a Le Havre e l’ultimo con Sherlock Holmes (gioco d’ombre). Di Sherlock parlerò un’altra volta (domani).

Miracolo a Le Havre di Kaurismaki ripercorre la strada già in parte percorsa qualche anno fa dal film Welcome e racconta la storia di un giovane immigrato clandestino di colore sfuggito all’arresto e che trova in un ex barbone chi lo aiuterà a raggiungere l’Inghilterra.

Prima e immediata osservazione: le coste nord della Francia devono essere ben oltre il limite di umana sopportazione, se in entrambi i film la polizia viene dipinta come una specie di Gestapo senza cuore (ma in Kaurismaki c’è una felice eccezione). Altra osservazione: anche qui, come già in Welcome, gli emigranti vogliono raggiungere l’Inghilterra. Perché? Perché Londra viene vista come la manna dal cielo? Tanta immigrazione, anche lontana nel tempo, probabilmente assicura una rete di amicizie e parenti in grado di sostenere i nuovi migranti? La Perfida Albione è molto rigida nel cercare di impedire gli ingressi, ma altrettanto tollerante verso chi lì lavora senza richiedere faticose e costose pratiche di permessi di soggiorno? Non so. Noto che sembra che tutti vogliano andare lì.

In ogni caso, Miracolo a Le Havre è proprio un piccolo miracolo di umorismo (sottile) e di cinematografia, con ritratti di una umanità dolente, ma non sconfitta, che vive o cerca di vivere senza tempo ed ansia, in pace con quel poco che ha, senza fronzoli o palle per la testa e, miracolosamente – fantascientificamente – ritrova una propria unità di intenti quando c’è da far del bene al piccolo emigrante.

Persino la maschera del poliziotto tutto di nero vestito sorride pur non muovendo mai un muscolo e senza dire una parola di troppo permette la fuga del ragazzo verso le bianche scogliere di Dover.

Un miracolo, appunto, come la vittoria dalla malattia della moglie del protagonista.

Kaurismaki torna finalmente al dialogo (anche se certo non del tipo schioppettante degli americani) e il film viene salvato dalla tristezza e devastazione dei luoghi proprio dalla lingua, dal dialogo, sempre sereno e spiritoso. Il buon cuore e la dolcezza vengono dati a piene mani e, ciò nonostante, non si esce con quel gusto in bocca da eccesso di zucchero, ma con la coscienza di aver assistito ad una favola, certo, che ci ricorda, però, con forza, come la responsabilità sia personale, nostra, di ciascuno di noi e in particolare di noi uomini e donne di mezza età che ricordiamo bene come e cosa il mondo fosse prima del diluvio della globalizzazione e della televisione.