Continuo.

L’esperienza del poema è l’esperienza di un attimo, ma anche di tutta la vita.

E’ davvero molto simile alle nostre più intense esperienze di conoscenza di altri esseri umani.

C’è un primo, o un primissimo momento che è unico, di shock e sorpresa, anche di terrore (ego dominus tuus); un momento che non può più essere dimenticato, ma che non può più essere ripetuto integralmente; e ancora che potrebbe perdere ogni significato se non sopravvivesse in un ambito unico più ampio di esperienza; che sopravvive all’interno di un sentimento più profondo e ragionato. La maggior parte dei poemi cresce e sopravvive fintanto che la maggior parte delle nostre passioni cresce e sopravvive: quello di Dante è uno di quelli che si può solo sperare di farlo crescere fino alla fine della nostra vita.

L’ultimo canto (XXXIV) è probabilmente il più difficile ad una prima lettura.

La visione di Satana può sembrare grottesca, specialmente se si ha in mente il riccio eroe byroniano di Milton; è troppo simile ad un affresco di Siena.

Certamente nient’altro che lo Spirito Divino può essere confinato all’essenza del Male in una forma e in un luogo; e confesso tendo ad trarre da Dante l’impressione di un Diavolo sofferente come un’anima dannata; anche se sento che il tipo di sofferenza sperimentata dall’essenza del Male dovrebbe essere rappresentata in una maniera completamente diversa. Posso solo dire che Dante ha fatto il meglio di un lavoro difficile. Anche mettendo Bruto, il nobile Bruto, e Cassio insieme a Giuda Iscariota darà fastidio in prima battuta al lettore inglese, per il quale Bruto e Cassio devono sempre essere quelli di Shakespeare: ma se la mia giustificazione di Ulisse è valida, allora essa vale anche per Bruto e Cassio. Se qualcuno è respinto dall’ultimo canto dell’Inferno, posso solo chiedergli di attendere di aver letto e vissuto per anni con l’ultimo canto del Paradiso, che per me è il punto più alto che la poesia abbia mai raggiunto o che potrà mai raggiungere e nel quale Dante ampiamente ripara ogni falla del Canto XXXIV dell’Inferno; ma forse è meglio, per la nostra prima lettura dell’Inferno, omettere l’ultimo canto e tornare all’inizio:

Per me si va nella città dolente;
per me si va nell’eterno dolore;
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto Fattore;
fecemi la divina Potestate,
la somma Sapienza e il primo Amore.