(continua)

L’ultimo episodio del tutto comparabile con quelli dell’Inferno è l’incontro con i suoi predecessori, Guido Guinzelli e Arnaut Daniel (Canto XXVI).

In questo canto i Lascivi sono purificati dalle fiamme, di nuovo vediamo chiaramente come la fiamma del purgatorio differisca da quella dell’inferno.

Nell’inferno, il tormento deriva dalla natura degli stessi dannati, esprime la loro essenza; essi si contorcono nel tormento della loro stessa perpetua natura corrotta. Nel purgatorio, il tormento della fiamma è deliberatamente e coscientemente accettato dal penitente. Quando Dante approccia con Virgilio queste anime del purgatorio, esse urlano contro di lui:

Poi verso me, quanto potevan farsi,
certi di feron, sempre con riguardo
di non uscir dove non fossero arsi

Le anime in purgatorio soffrono perché desiderano soffrire, per purificarsi. E osserviamo che esse soffrono più attivamente e avidamente, essendo anime che si stanno preparando al perdono, di quanto non soffra Virgilio nel limbo eterno. Nella loro sofferenza c’è la speranza, nell’anestesia di Virgilio la disperazione; questa è la differenza. Il canto termina con i versi superbi di Arnaut Danbiel nella sua lingua provenzale:

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo jorn, qu’esper, denan.
Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovegna vos a temps de ma dolor.
Poi s’ascose nel foco che gli affina.

Questi sono gli episodi magnifici, ai quali il lettore, iniziato dall’inferno deve affrontare, prima di raggiungere la spiaggia di Lethe, e Matilda, e la prima visione di Beatrice. Negli ultimi canti (XXIX – XXXIII) del Purgatorio siamo già nel mondo del Paradiso.

Ma fra questi episodi, c’è la narrativa dell’ascesa della montagna con incontri, visioni e discussioni filosofiche tutte importanti e tutte difficili per il lettore non istruito che trova il purgatorio meno eccitante rispetto alle continue fantasmagorie dell’inferno. L’allegoria nell’inferno era facile da far propria o da ignorare, perché si poteva, per dir così, coglierne la fine concreta, la solidificazione nell’immagine, ma man mano che si ascende dall’inferno al paradiso ci viene sempre più richiesto di comprendere il tutto dall’idea all’immagine.