Avevamo lasciato il povero Giobbe piagato dalla testa ai piedi, colpito da destra e da sinistra, senza più figli, senza più proprietà, solo con il suo dolore e la sua pena, solo con sua moglie (che forse era parte della pena per come lo tratta), per terra, a girarsi nel fango per trovare sollievo alle ferite infertegli.

A questo punto arrivano tre amici, dai nomi improbabili, provenienti da città e regni di cui si sono perse le tracce nel tempo. Non a caso, verrebbe da dire, data la parte in commedia a loro assegnata.

I tre arrivano e dapprima non riconoscono Giobbe, tanto è cambiato. Io leggendo, l’ho immaginato un omone all’inizio, ridotto poi a pelle e ossa e piaghe. Riconoscerlo non deve essere facile e chissà quale spavento e orrore devono aver provato quei tre quando alla fine hanno capito chi avevano davanti.

Per sette giorni e sette notti gli amici assistono Giobbe in silenzio. Poi parlano. Così inizia un lungo, incessante, ripetitivo dialogo tra Giobbe e quei tre.

Questo dell’arrivo degli amici, dell’amicizia che porta conforto è una delle parti più fascinose. Gli amici a questo servono, si canterà millenni dopo. L’amico sta male, gli sono capitate innumerevoli disgrazie e gli amici accorrono. Giusto. Bene, così.

Il problema è che presto, dopo i sette giorni e le sette notti, i tre amici si trasformano in tre giudici, tutti convinti che qualcosa Giobbe debba aver commesso per essersi meritato tutto quel dolore e quelle pene.

E’ questo il compito dell’amicizia? Stare vicino, ma, allo stesso tempo, dire con chiarezza e senza giri di parole quel che è, ai propri occhi, la verità? Forse sì. Qualcuno lo pensa. Altri propendono per la sola vicinanza morale e fisica, lasciando all’amico le proprie idee e i propri giudizi, anche se si pensa, in coscienza e giudizio, siano sbagliati. Ma credere all’amico, aver fiducia nelle sue parole, è parte essenziale dell’amicizia? Anche quando quel che dice contraddice tutto quello in cui credi?

Fatto sta che i tre, lungi dal far torto all’amico, e pur coscienti che a loro modo cercano di consolarlo, hanno ai nostri occhi di lettori (che tutto sanno fin dall’inizio quel che loro invece ignorano) il sommo torto di non credere a Giobbe. Quando lui dice e ripete d’essere un giusto, di non aver mai peccato, d’essere incolpevole, quindi, perfetto, quelli, quei tre, non gli credono. Se Dio ha punito, allora Giobbe deve avere delle colpe. Se non lui, i suoi figli. Qualcosa, qualcuno. In questo la nostra antipatia nei loro confronti sorge immediata e spontanea.

A tratti questa loro eloquenza, basata su una antica e consolidata sapienza, fa breccia in Giobbe. A tratti anche lui vacilla e si immagina di aver commesso peccati, lontani nel tempo quel tanto che basta da averne offuscato o rimosso il ricordo. Ma, Giobbe si chiede, se anche fosse possono esserci imputati gli errori di gioventù? La vita successiva non redime?

Ma a parte questi lievi smottamenti Giobbe è ferocemente fermo sulle proprie evidenze, sulla sua verità, che peraltro è anche la nostra, perché noi sappiamo, al contrario di quei tre, come è andata la vicenda.

L’accusa dei tre viene detta e ripetuta più volte: l’hanno detto i saggi. L’hanno confermato i vecchi: Dio premia che gli è fedele e punisce e distrugge i suoi nemici. Con Giobbe non nasce il mondo. Era così prima di lui, è così e sarà così. Gli studiosi la chiamano la dottrina della retribuzione, quasi che essere buoni sia un lavoro e il benessere che se ne trae la retribuzione che Dio ci attribuisce.

Contro questa dottrina Giobbe si scaglia con violenza crescente, prima urlando la propria innocenza e poi invitando gli amici ad osservare il mondo che li circonda: quanti malvagi vivono in pace, nella ricchezza e nell’opulenza, senza che Dio li punisca? Quale retribuzione? Perché? Per chi? Non c’è nessuna retribuzione e Dio è lontano e assente, conclude disperato e deluso Giobbe.

Con questa posizione, con questo invito ad osservare la realtà prima di giudicare, Giobbe anticipa di millenni le questioni che sappiamo aver agitato a lungo l’umanità: Galileo e la scienza ci hanno rimesso libertà e, spesso, la vita per aver espresso questa posizione, che apparentemente è tanto banale da sorprendere quanto l’uomo persista in questo errore. Evidentemene il meccanismo che agisce in noi è profondo e “naturale”: di fronte al nuovo chiudiamo gli occhi e applichiamo quel che già sappiamo.

Ma neanche questo invito e queste evidenze scuotono i tre amici a cui si aggiunge, per sovrammercato, un quarto giovane figuro che a sua volta riepiloga e ripete il già detto.

A questo punto si arriva quasi alle mani. Si evita il turpiloquio sia per rispetto all’essere parte di un libro sacro, sia, io credo, per traduzioni pudiche e timorose. Ho l’impressione, infatti, che alle orecchie dei contemporanei quelle parole, sia degli amici che di Giobbe, potessero suonare ancora più dirette, scabrose, ruvide, cattive di quanto non suonino oggi, abituati come siamo, ahimé, al festival dell’ingiurio.

Se le danno di santa ragione e quelli continuano a ripetere che qualche colpa Giobbe deve averla commessa. Anche qui si anticipa un meccanismo sociale visto all’opera più volte nei secoli: si individua un colpevole e la prova della sua colpevolezza è l’essere seduto sul banco degli accusati. L’imputato se confessa bene, se nega peggio, perché non solo ha certamente peccato (se no non sarebbe dove si trova), ma poi cerca anche di ingannare i suoi accusatori negando la colpa. I processi staliniani e di qualsiasi altra dittattura così fiorirono.

Quelli insistono e Giobbe pure, tanto da arrivare, per logica, a concludere l’assenza di Dio, la sua lontananza, il suo disinteresse. Dice, esasperato: “la gente delle città grida e implora: Dio non sente preghiera.”

Tutto questo continua fino a quando il desiderio di Giobbe di incontrare Dio per protestare con lui la sua innocenza non viene esaudito.

Ma questa è la terza parte del racconto.

Citazioni:

Giobbe: “contro di me ho schierati i terrori di Dio. Si degni Eloah di schiacciarmi

Bildad: “Forse che Dio ha distorto il diritto? Se i tuoi figli hanno peccato contro di lui, egli li ha dati in mano al peccato

Sofar: “E un uomo loquace avrà ragione? Tu dici: quel che io dico è puro; io sono senza macchia ai suoi occhi. Ma se Dio si degnasse di parlare, ti sapresti da Dio punito.

Elifaz: “Un sapiente risponde forse con scienza vuota criticando con parole inutili? Tu fai scempio della pietà e uccidi il pensare Dio. La tua bocca ti condanna, non io

Giobbe: “Con voi morrà la sapienza! E’ oggetto di scherno il giusto. Se ci ripenso rimango costernato: perché vivono i malvagi, giungono alla vecchiaia, anzi, ne rafforzano il vigore? Vorrei avere davanti a lui un processo riempire la mia bocca di ragioni. Vorrei conoscere le sue parole perché là l’uomo retto può disputare con lui. Ma l’ho cercato e lui non c’è. La gente delle città grida e implora. Dio non sente preghiera.