Due delle cose che vorrei rimanessero alle generazioni future sono i Quattro Quartetti di Eliot e la Sonata a Kruetzer di Beethoven. Non so dire perchè io li accomuni, forse perché a modo loro sono entrambi un dialogo intimo e serrato. Fatto sta che l’inizio dei Quattro Quartetti è indimenticabile:

Time present and time past
are both perhaps presente in time future,
and time future contained in time past.
If all time is eternally present
all time is unredeemable.

L’assenza dell’articolo, propria dell’inglese, rende questo incipit ancora più pungente, ma il punto fondamentale è unredeemable. Nella mia traduzione esso è irridemibile, che sia in italiano che in inglese ha una doppia valenza morale ed economica. In entrambe le lingue è impossibilita’ di compensare per errori o cattive azioni, ma anche ottenere o riottenere il possesso o la proprietà di qualcosa pagando un riscatto.

Impossibilita’ di riscattare.

Tutte e due i significati vengono dal latino che però ha anche una componente diversa, che sia in italiano che in inglese viene mantenuta, ma non nel significato diretto, ma come un suono di fondo, un suono continuo, come il coro che a volta accompagna l’entrata dell’officiante nelle cerimonie religiose: conciliazione, ripacificazione, tranquillità nuovamente trovata, acquistata, pace, dunque pagata, certo, ma pur sempre pace.

D’altronde esiste una pace che non sia stata in qualche modo o maniera pagata? La nostra natura animale non comporta, non implica sempre, necessariamente, un prezzo da pagare, una rinuncia per ottenere la pace? La pace, come la verità, non è sempre nel suo significato profondo accettazione e condivisione? Compromesso. E se è così, allora all time is unredeemable perché ogni tempo è particolare e non può, per definizione, essere messo a fattore comune. Non può essere riscattato da nessuno se non da noi stessi. Il prezzo che il vinto paga al vincitore, che l’idea di sè (sociale e personale) pretende dall’essere, abbandonando ogni ricordo non piacevole, non funzionale, non solo e non tanto perché non piacevole e funzionale, ma perché a ben pensarci non esiste neppure (più). La rimozione è prezzo per riscattare il tempo? Perché esso sia il nostro, tutto nostro?


La finestra del primo piano di Leivi, di quello che fu lo studio del nonno, abbraccia il sud e con esso il mare. Calore sempre anche d’inverno. Maggiore calore sempre, anche d’inverno. Lì, nell’aprire gli scuri, lì, nel desiderio del mare, lì la trovai e lei, sono sicuro, per un poco mi guardò col mio stesso stupore. Poi si mosse, scappò, solo nella direzione sbagliata, dentro e non fuori, e io mi vidi costretto, animale contro animale, ad inseguire, battere, colpire, e nella zuffa che seguì, io finii col piccolo mostro in mano, presa, e lei si divincolò e mi scappò ancora, di nuovo, e finalmente varcò il limite e si buttò fuori. Solo la coda rimase dentro, tra le mie dita schifate. Cadde. La lasciai cadere sul pavimento che ancora si muoveva. Solo più tardi, fredda e dura e ferma, la raccolsi e la buttai. Fuori.


Cosa avrei potuto redimere? La finestra che aprii? Il mare che dentro mancava? E il topo che uccisi? E il serpente che sbucò dall’ulivo? E il bene richiesto e mai fatto? Lo sguardo di lato ad evitare il contatto con chi allunga la mano? La visita non fatta? La telefonata non presa?


All’inizio è coscienza animale, l’inizio stesso è coscienza animale, provare, tentare, testare, corpo che ride, corpo che piange, sorride contento se babbo sorride, sorride contento se mamma lo tiene, corpo che ride, corpo che piange, lento depositare di sabbia sul fondo del mare, spiaggia silente, calma di vento, mamma e babbo contenti, sabbia che scende e chiude fessure, salda le piccole pietre, fonde il metallo, nessuna coscienza o ricordo, solo giornate piene di sabbia dorata che scende dal cielo, Danae che dorme e senza saperlo accoglie in sé chi il mare poi solca, il mare, il nostro mare dentro, quello che è a sud della stanza del nonno, che ogni giorno s’affaccia e della collina di sotto si nutre.


Pacificare di nuovo è esercizio ginnico. La morale è manualistica per una corretta postura.