(continua)

Ma col ventisettesimo canto ci siamo lasciati indietro lo stadio della punizione e lo stadio della dialettica e approcciamo lo stato del Paradiso. Gli ultimi canti hanno la qualità del Paradiso e a quello ci preparano; ci muovono in quella direzione senza indugi o ritardi. I tre poeti, Virgilio, Statio e Dante passano attraverso il muro di fiamme che separa il Purgatorio dal Paradiso terrestre. Virgilio congeda Dante che di lì in avanti continuerà con una guida più grande, dicendo:

Non aspettar mio dir più, né mio cenno.
Libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sopra te corono e mitrio.

I.e. Dante è ora giunto alla condizione, per gli scopi della parte rimanente del suo viaggio, che è quella dei benedetti: dato che l’organizzazione politica e ecclesiastica sono solo richieste a causa delle imperfezioni della volontà umana. Nel Paradiso terrestre Dante incontra una signora di nome Matilda, della cui identità non dobbiamo per adesso interessarci:

una donna soletta, che si gia,
cantando ed scegliendo fior da fiore,
ond’era pinta tutta la sua via.

Dopo alcune chiacchiere e spiegazioni da parte di Matilda sulle ragioni e la natura del luogo, segue un Corteo Divino. A quelli a cui non piacciono – non ciò che viene chiamato popolarmente corteo – se non i cortei reali seri, o quelli ecclesiastici, o dei funerali militari – lo spettacolo che troviamo qui e nel Paradiso sarà noioso; e ancora di più per coloro, posto che ce ne siano, che non sono smossi dallo splendore delle Rivelazioni di San Giovanni. Tutto ciò appartiene al mondo di ciò che io chiamo alti sogni, e il mondo moderno sembra pronto solo ai bassi sogni. Sono arrivato ad accettarlo, io stesso, con qualche difficoltà. C’erano almeno due pregiudizi, uno contro l’immaginario Pre-Raffaelita, che fu così naturale per la mia generazione e forse colpisce le generazioni più giovani della mia. L’altro pregiudizio – che riguarda la fine del Purgatorio e tutto il Paradiso – è il pregiudizio che la poesia non solo debba essere trovata attraverso la sofferenza, ma che possa trovare solo nella sofferenza la sua materia. Qualsiasi cosa ma non l’allegria, l’ottimismo, la speranza; e queste parole sono rimaste la causa principale per cui uno ha odiato il diciannovesimo secolo. Mi ci sono voluti molti anni per riconoscere che gli stadi di accrescimento e beatitudine che Dante descrive sono ancora oltre ciò che il mondo moderno può concepire come allegria, piuttosto che sono il suo stato di dannazione. E chiodo scaccia chiodo: la Damigella benedetta di Rossetti, prima attraverso il mio rapimento e dopo attraverso la mia rivolta, ha sostenuto il mio apprezzamento di Beatrice per molti anni.

Non possiamo capire appieno il Canto trentesimo del Purgatorio fino a quando non leggiamo la Vita Nuova, che secondo me dovrebbe essere letta dopo la Divina Commedia. Ma almeno possiamo iniziare a capire in che maniera tecnicamente perfetta Dante esprime la recrudescenza di una antica passione in una nuova emozione, in una nuova situazione, che comprende, amplifica e le dà significato.

sopra candido vel cinta d’oliva
donna m’apparve, sotto verde manto,
vestita di color di fiamma viva.
E lo spirito mio, che già cotanto
tempo era stato che alla sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
senza degli occhi aver più conoscenza,

per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amore sentì la gran potenza.
Tosto che nella vista mi percosse
l’alta virtù, che già m’avea trafitto
primo ch’io fuor di puerizia fosse,
volsemi alla sinistra col rispitto

col quale il fantolin corre alla mamma,
quando ha paura o quando egli è afflitto,
per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
di sangue m’è rimasto, che sono tremi;
conosco i segni dell’antica fiamma.’

E nel dialogo che segue vediamo il conflitto appassionato tra i vecchi sentimenti e i nuovi; lo sforzo e il trionfo della nuova perdita, ancora più grande di quella della morte, perché una perdita di sentimenti che persistono oltre la morte. In un certo senso, questi canti sono quelli di  maggiore intensità personale di tutto il poema. Nel Paradiso Dante stesso, salvo che nell’episodio di Cacciaguida, diviene de o superpersonalizzato; ed è in questi ultimi canti del Purgatorio, più che nel Paradiso, che Beatrice appare più chiaramente. Ma il tema di Beatrice è essenziale alla comprensione del tutto, non perché abbiamo bisogno di conoscere la biografia di Dante – non per esempio con la storia di Wesedonck dà nuova luce a quella di Tristano – ma per la filosofia di Dante che ve ne è contenuta. Questo, comunque, riguarda di più il nostro esame della Vita Nuova.