Su Radio3 ascolto Laura Boella che nella prima puntata delle Maestre del Pensiero ci racconta della Arendt. Tra le varie cose, si cita un brano che la Arendt pare abbia scritto alla amica McCarthy nel quale diceva: “il pensiero nasce quando veniamo colpiti da una esperienza di verità”

Rientrato a casa cerco su internet e leggo quest’altra citazione “Ogni pensiero nasce dall’esperienza, ma nessun fatto di esperienza ha significato o persino coerenza a meno di non aver subito un processo di immaginazione e di pensiero.

Sempre cercando interpretazioni sulla Arendt mi imbatto in Françoise Collin che scrive: “la verità è decentrata e poliglotta

Pensiero ed esperienza: non posso immaginare che una mente come quella della Arendt abbia ripetutamente detto e scritto una banalità come quella che il pensiero nasce dalla esperienza. Evidentemente doveva essere una risposta provocatoria a chi le chiedeva di poggiare il pensiero su chissà quale fondamento metafisico o psicologico.

Più interessante il corto circuito esposto dal pensiero che il reale debba essere pensato per avere consistenza. Qui il rimando immagino sia all’esistenzialismo che ha ricordato al mondo come il reale sia incardinato nel linguaggio e non possa prescindere da esso. Ovvero che il reale non abbia consistenza senza il pensiero, senza la cosciente presa di coscienza della sua esistenza e che quindi tutto sia un intreccio inestricabile tra fuori e dentro, profondità e superficialità.

Sulla verità, sul termine “verità” si incrociano almeno due tradizioni, quella mistica e quella filosofica. Da tempo sono convinto che in entrambi i casi, con varie sfumature e particolarità, la verità sia un pensiero, opinione, constatazione (in generale quindi una articolazione della mente) espressi e comunicati in un linguaggio comune, condiviso e accettato. Non si danno verità individuali se non nella misura in cui si abbiano esperienze individuali non comunicabili e della cui consistenza non è dato sapere.

Essendo le verità per loro natura comunicate, di esse esistono poi varie interpretazioni, rispetto alle quali si danno ortodossie che poggiano e sono il risultato del cosiddetto minimo comune denominatore della comprensione sociale.

Da questo punto di vista e con riferimento al gruppo sociale cui è stata comunicata e che l’ha fatta propria la verità non è né decentrata, né poliglotta, ma è, al contrario, centrata in quel gruppo sociale e parla un’unica lingua che è quella accettata come comune da quel gruppo sociale.

Innumerevoli sono poi i gruppi sociali, ma per ognuno di essi la verità è una ed è detta. Si potrebbe addirittura sostenere che l’esistenza di gruppi sociali risponde alla corrispondente esistenza di verità condivise.

Tutto questo implica che esistano verità maggiormente estese ed altre di minore geografia a seconda del gruppo sociale in cui ciascuna di esse è centrata e la maggiore o minore rilevanza delle verità dipende unicamente dalla estensione del gruppo sociale di appartenenza. Negare le verità del proprio gruppo sociale significa chiamarsi fuori dal gruppo sociale stesso.

Per questo sono essenziali i meccanismi cui la attuale democrazia è giunta: la fissazione di regole di convivenza con le quali stabilire e fissare la verità di quanto accaduto è insieme alla concezione dell’esperimento scientifico (e alla sua eterna fallibilità) il fondamento della nostra vista sociale e il presupposto per il progredire della conoscenza umana.

Non esistono quindi verità eterne, ma esse sono soggette alle variazione dei gruppi sociali di appartenenza e al loro linguaggio.